Il gruppo per la Valutazione degli Interventi in Terapia Intensiva riunisce più di 320 terapie intensive. Nel 2005 ben 84 rianimazioni hanno raccolto le informazioni più delicate sulle decisioni assunte peri pazienti alla fine della vita. L’ambito più interessato dal testamento biologico sarà proprio il nostro. In terapia intensiva entrano due tipi di pazienti: coloro che hanno perso una o più funzioni vitali e morirebbero nel giro di poche ore, e coloro che, a rischio di gravi complicanze, devono essere controllati da personale pronto a intervenire. I primi, i pazienti critici, corrispondono a circa il 70% dei ricoveri. L’intensivista sostiene le funzioni vitali, soprattutto respiratoria e cardiocircolatoria, per guadagnare tempo. Quando la malattia di base non sia più curabile, la sostituzione delle funzioni vitali si fa progressivamente inefficace, e i trattamenti intensivi hanno l’unico effetto di prolungare l’agonia. Diviene allora doveroso desistere dalle cure massimali e operare contro il dolore (e per il sostegno ai parenti).
Insistere con cure di accertata futilità è contrario alla dignità della persona, e ai principi di beneficenza e di non maleficenza, come sanciscono Convenzione di Oviedo e Codice di Deontologia, Comitato di Bioetica e Catechismo cattolico e Confessioni cristiane. È assurdo porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso. Oltretutto la desistenza terapeutica è pratica comune: così quando l’oncologo interrompe la terapia anti-tumorale, passando alla palliativa, nei pazienti che non rispondono più alle cure. Ecco i nostri rilievi. I disegni di legge non menzionano la desistenza terapeutica come atto dovuto, quando le procedure si rivelano sproporzionate e senza speranza. L’esplicita menzione impedirebbe di confondere i trattamenti da attuare doverosamente in assenza di testamento biologico dal mero accanimento terapeutico. La ricerca mostra che il 62% dei decessi in terapia intensiva sono preceduti da forme di desistenza terapeutica.
Ogni anno vengono. ricoverati in questi reparti circa 150.000 pazienti, e circa 30.000 decedono: parliamo di una realtà estremamente rilevante. I disegni di legge identificano o il giudice o il familiare come fiduciario nominato d’ufficio, se non abbia provveduto il paziente. Entrambe le soluzioni sono problematiche perla terapia intensiva, dove prevalgono condizioni acute e impreviste (si pensi al trauma o all’emorragia cerebrale). In simili circostanze, il coinvolgimento del giudice ha tempi incompatibili: il 50% delle decisioni di desistenza terapeutica viene preso entro 4 giorni dall’ingresso e spesso un ritardo significa solo prolungare l’agonia. Quanto ai familiari, di fronte a un evento come il ritrovarsi improvvisamente il figlio o la madre in fin di vita, possono comprensibilmente perdere lucidità. Obbligare un familiare alla responsabilità di decisioni tali da suscitare angosciosi sensi di colpa, va contro la giusta tutela della famiglia a cui si mira. Dalla nostra ricerca, solo nel 44% dei casi la famiglia viene pienamente coinvolta nelle decisioni. Questo non significa che negli altri casi il paziente venga abbandonato.
Il supporto terapeutico pieno viene assicurato più spesso nelle due situazioni opposte, in cui i familiari sono particolarmente vicini e coinvolti e quello in cui sono assenti o per nulla coinvolti. Il medico, e più ancora l’equipe dei medici e degli infermieri (la legge potrebbe prevedere, laddove possibile, decisioni prese collegialmente) possono fungere da veri garanti per il paziente. Questo principio è il fondamento stesso della professione medica. Ancora: alcuni disegni di legge prevedono un collegio (un neurologo, uno psichiatra e uno specialista nella malattia del paziente) che decida se un paziente è in grado di intendere e volere. Questo è possibile per un paziente cosciente che chiede l’interruzione di trattamenti, non per le condizioni acute gestite in rianimazione. È irrealistico che il rianimatore chiami, alle 3 di notte, il neurologo, lo psichiatra e un altro specialista per giudicare se un paziente in coma profondo per un trauma cranico sia in grado di intendere e volere! Sulla gestione delle controversie í disegni di legge affidano la soluzione al giudice o al comitato etico. Valgono le considerazioni sui tempi di decisione: e il comitato etico, nella maggior parte degli ospedali, si riunisce una volta ogni uno o due mesi, quando non manchi il numero legale. Una legge chiara e necessaria deve badare a non introdurre incognite in un così vasto e delicato contesto di vita.
*(L’autore è membro del gruppo perla valutazione degli interventi in terapia intensiva, con cui ha pubblicato il libro "Scelte di vita. L’esperienza di cura nei reparti di terapia intensiva")