Riccio felice «Una battaglia necessaria»

di Claudio del Frate
Un tuffo nelle acque del mar Egeo e un tramonto del Peloponneso per scacciare un incubo. Sempre che le telefonate lascino un po’ di tregua. «Già, questa vicenda cominciava a farsi davvero pesante. Sono contento per me, per Welby e per i suoi familiari»: Mario Riccio, l`anestesista di Cremona che ha diviso l`Italia offrendosi nel dicembre scorso di aiutare Piergiorgio Welby a morire, ha saputo della decisione dei gup di Roma dalla Grecia, dove è in vacanza. Pacato e sobrio nelle abitudini come sempre (medico ospedaliero a tempo pieno, tutti i giorni il percorso casa-lavoro fatto in bicicletta) Riccio rievoca questi mesi tormentati: «Ho passato momenti difficili  – dice al telefono – specie dopo che i giudici di Roma avevano deciso di non archiviare il caso: temevo saremmo rimasti in ballo per una decina d`anni. Mi hanno fatto male gli attacchi personali, come quello del senatore Cossiga o quello di chi ha organizzato un convegno a Cremona solo per coprire di insulti me e il cardinale Martini, che aveva espresso parole coraggiose sull`argomento, Ma sono convinto di aver combattuto una battaglia che andava fatta». La sentenza sembra aver messo un punto fermo sui tanti «casi Welby» sparsi per l`Italia: «E` così, anche se sono convinto che tutto fosse già scritto nella Costituzione italiana. Lì si dice che nessun paziente può essere curato contro la sua volontà. L`ordine dei medici di Cremona, il tribunale civile di Roma e la procura avevano già ribadito questo concetto. Ora è arrivata anche la sentenza del gup; la quale, se ho capito bene quel che l`avvocato mi ha detto per telefono, ha sottolineato un concetto importante: cioè che io "dovevo" agire come  ho agito». Se non altro la vicenda di Welby è servita a portare in primo piano una questione tanto delicata. «Purtroppo, però, ne è nato un can can, dove in molti hanno parlato solo per creare confusione. E gli ultimi a cui si è dato retta sono stati i malati».