L’opposizione radicale di due etiche inconciliabili ed estreme è l’aspetto più evidente della bioetica italiana. Sacralità e qualità della vita sono paradigmi teorici complessi, con tesi normative ricorrenti e clausole di esclusione degli eterodossi. Un esempio di queste clausole è offerto ad esempio da Giovanni Fornero (Bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, Milano 2005) nella distinzione fra laicità «forte» e «debole»: la seconda si limita a indicare «un atteggiamento critico e antidogmatico», la prima esige che si ragioni «indipendentemente dall’ipotesi di Dio (etsi Deus non daretur)» e «sottintende (…) il rifiuto della metafisica» (p. 72). Inoltre, la laicità «forte» implica la qualità della vita, il rifiuto dell’etica deontologica e la legittimità di aborto, eutanasia e fecondazione assistita eterologa. Chi non condivide tutte queste tesi non può aspirare a inscriversi nella bioetica laica. Ne segue che un bioeticista laico non può adottare gli argomenti di filosofi come Aristotele, Spinoza, Hegel o Wittgenstein, perché hanno tutti teorie morali fortemente intrecciate con la metafisica. Anche autori non religiosi come Habermas e Jonas non sono laici, perché per ragioni diverse si oppongono a qualche tesi «canonica».
Lo stesso Uberto Scarpelli, padre della bioetica laica italiana, si dichiarava espressamente contrario all’aborto sul piano morale individuale. Nel campo della bioetica cattolica vige invece una versione del tomismo denominata «personalismo ontologicamente fondato». Come scrive Fornero, «un personalismo non ontologicamente fondato, che 1) optasse per uno sganciamento della dimensione etica da quella ontobiologica, 2) prescindesse in toto dai concetti di natura e di legge naturale (…) e 3) si limitasse a discorrere (…) di "dignità della persona" risulterebbe (…) una dottrina teoreticamente fragile e incapace di esibire solidi criteri di scelta» (p. 57). In questa contrapposizione, le categorie di «laico» e «cattolico» sono state sottoposte a una torsione che non corrisponde al loro significato originario. Per certi aspetti, potremmo parlare in bioetica di un esproprio delle categorie di «laico» e «religioso» da parte di interpretazioni particolarmente rigide della laicità e della religiosità. Questo avviene perché le questioni di bioetica sono diventate questioni identitarie.
Nelle dichiarazioni pubbliche su questi argomenti l’essenziale non è la riflessione critica bensì l’appartenenza ideologica. Il risultato è l’impossibilità giungere a decisioni condivise. Questa interpretazione della bioetica non è l’unica possibile. Sarebbe preferibile distinguere fra premesse rivelate e razionali. Una bioetica religiosa si fonda sull’interpretazione delle dottrine centrali di una rivelazione circa la vita. Queste dottrine non sono contrarie alla ragione. Tuttavia, quando l’argomentazione ha fra le sue premesse una dottrina esclusivamente rivelata, essa non può pretendere l’assenso di altri agenti razionali semplicemente in quanto tali. Tale assenso può essere preteso solo a partire da premesse razionalmente dimostrabili. Poiché nelle democrazie liberali le dottrine religiose non costituiscono il fondamento della convivenza civile, il credente nell’ambito pubblico si impegna in altre dimostrazioni, basate su premesse difendibili con ragione ed esperienza. Vi è un piccolo numero di premesse che raramente sono rifiutate da agenti ragionevoli.
Per esempio, l’inaccettabilità del razzismo, della violenza e dell’uccisione (salva la sola legittima difesa). La laicità (debole!) dello stato di diritto si basa sul vincolo di questa ragionevolezza. Tale vincolo non vale solo per le morali religiose ma anche per gli scettici morali, che non possono rifiutare ogni regola in nome dell’irrazionalità di principio ai ogni norma. Per questo, la stessa laicità non può divenire appannaggio di una sola teoria morale, perché si tratta della pura e semplice laicità del pensiero, cioè della sospensione del giudizio in materia di fede. Una morale religiosa non è razionalmente difendibile solo quando a sostegno delle proprie tesi non vi è nient’altro che una dottrina rivelata che eccede la ragione (per esempio, la Trinità di Dio). Se sostengo l’inaccettabilità dell’eutanasia con argomenti filosofici, posso attendermi di essere confutato da argomenti simili, ma non dalla tesi che il mio argomento non è «laico» perché non è condiviso dalla «bioetica laica».
La bioetica, per essere uri attività intellettuale e politica seria e consapevole, deve sforzarsi di superare le opposizioni sterili. Quella fra «sacralità della vita» e «qualità della vita» ha ampiamente dimostrato la propria sterilità nelle vicende culturali e politiche di questi anni. Una bioetica diversa non è solo possibile ma fortemente auspicabile. Nella riflessione filosofica la pluralità di teorie e tradizioni è un segno di vitalità, uno stimolo costante al pensiero rigoroso. Al tempo stesso, occorre sviluppare una visione sufficientemente condivisa delle tutele essenziali che lo Stato deve garantire agli individui circa la vita e il corpo. Questo è probabilmente un compito essenziale, anche se per nulla facile, per il Partito democratico.
*Facoltà di Filosofia, università Vita-Salute San Raffaele