In corsia possiamo ancora fidarci

di Eugenia Roccella
Qualcuno, mesi fa, chiedeva a gran voce un`indagine sull`eutanasia clandestina, sostenendo che si trattava di una pratica ampiamente diffusa. Il caso Welby, si diceva, non è che la punta dell`iceberg: medici e pazienti, protetti da un clima di silenziosa complicità, ricorrono a forme di eutanasia molto più spesso di quanto non si voglia ammettere; un`eventuale legge servirebbe a imporre regole e a dare garanzie. Oggi l`indagine c`è. L`ha fatta la Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), spedendo un questionario anonimo con 54 domande a un campione significativo dei suoi aderenti. Le risposte -presentate venerdì scorso in un convegno a Udine e rilanciate ieri in un documento ufficiale- spazzano via ambiguità e strumentalizzazioni, e confermano quello che sapevamo e speravamo: che i medici non hanno nessuna intenzione di abdicare alle proprie responsabilità, e che il rapporto con il paziente, un rapporto speciale di cura e di presa in carico, rimane il cardine dei loro orientamenti etici e comportamenti concreti. Il ricorso all`eutanasia si limita allo 0,7% dei casi. Non c`è, come si nota nello studio, nessuna tendenza a pratiche clandestine. La maggioranza di coloro che hanno risposto al questionario (il 64%), ritiene che bisogna rispettare la decisione del malato di non attuare o interrompere i trattamenti di sostegno vitale. Il presidente dell`Ordine di Udine, Luigi Conte, che ha illustrato i dati, ha però compiuto un ingiustificato scarto interpretativo, affermando che «quasi i due terzi dei medici italiani chiedono uno strumento legislativo che riporti serenità nel rapporto medico-paziente». Insomma, a sentir lui sembra che i medici aspettino con ansia una normativa sul testamento biologico. Ma dai risultati dell`inchiesta e dal documento diffuso ieri dalla Federazione emerge esattamente il contrario. La serenità del rapporto medico-paziente non appare affatto turbata da incertezze legislative: il diritto a scegliere, ed eventualmente rifiutare la terapia, è previsto dalla Costituzione, e non è in discussione. E’ in discussione, invece, il modo di assicurare questo diritto. Il medico deve essere un semplice esecutore della volontà del paziente, un burocrate della morte, che stacca la spina "on demand", come fosse un`opzione tra le mille offerte al consumatore? Oppure è una figura professionale che non può sottrarsi alla responsabilità del proprio ruolo, definito non solo dalle competenze di cui dispone, ma soprattutto dal particolarissimo patto di affidamento che il malato stabilisce con lui? Nel documento finale, che è stato approvato dal Consiglio nazionale della Fnomceo per acclamazione, questo punto è trattato con grande chiarezza. Si legge infatti: «I medici italiani ritengono che, qualora il legislatore decidesse di intervenire in materia di dichiarazioni di volontà anticipate di trattamento sanitario, debba preliminarmente essere garantita una efficace rete di tutela dei soggetti più deboli perché inguaribili, terminali, morenti, ancor più se divenuti incapaci». La Federazione, dunque, ben lontana dal chiedere una legge sul testamento biologico, mette invece alcuni paletti: il no all`eutanasia è ribadito in modo esplicito, e si precisa che l`autodeterminazione può essere praticabile solo «all`interno dell`alleanza terapeutica». Il documento insiste invece con forza sulle cure palliatine e sulla richiesta di maggiori risorse da dedicare a una fine dignitosa e senza sofferenze; in perfetta coerenza con i risultati dell`indagine, da cui emerge che il 68% dei medici considera le cure palliative come la risposta più efficace alla domanda di morte.