Avanti sul testamento biologico

di Ignazio Marino
Caro direttore, suonano come un appello ad andare avanti, come uno stimolo e un incoraggiamento a proseguire il lavoro parlamentare sul testamento biologico le riflessioni, molto ben argomentate, pubblicate ieri su questo giornale. Il testamento biologico, come ha scritto alcuni giorni fa anche Adriano Sofri, non è argomento facile. Sarà perché siamo un popolo di superstiziosi o perché non fa piacere a nessuno doversi occupare dei dettagli della nostra dipartita da questo mondo. Fatto sta che nel momento in cui il Senato ha iniziato a lavorare su questo tema, all’inizio della legislatura, le difficoltà sono man mano aumentate in maniera inequivocabile. E ora che l`iter legislativo è arrivato a un momento cruciale, dopo un anno di approfondimenti tra audizioni, convegni, pubblicazioni, sembra che si debba cominciare daccapo, o addirittura abbandonare del tutto la discussione, perché c’è chi sostiene che non ci sia chiarezza nemmeno sui termini della questione. Eppure il modo in cui vorremmo lasciare questo mondo riguarderà prima o poi ognuno di noi e partendo da questo presupposto sono convinto che una legge sia utile, al di là degli orientamenti politici, dei partiti e delle ideologie, ma nell’interesse dell’individuo, della sua dignità e dei suoi diritti civili. Le decisioni che riguardano le modalità della fine della nostra vita hanno implicazioni etiche molto forti che toccano la sfera delle libertà individuali, i valori, la cultura, l’interiorità e il modo in cui ognuno vede e concepisce la propria esistenza, il proprio corpo, la fede in ciò che verrà dopo, o l’idea del dopo. Abbiamo dunque molte buone ragioni per affrontare il tema con serietà e senza indugi, tenendo conto anche delle numerose sollecitazioni che il Parlamento ha ricevuto dal Presidente della Repubblica, dai medici, dalle associazioni di pazienti e dai cittadini. La legge sul testamento biologico, è bene ricordarlo, mira a stabilire il diritto di ogni persona di indicare oggi, nel pieno delle proprie facoltà, quali cure e terapie ritiene accettabili per se stesso se un giorno si trovasse senza una ragionevole speranza di recuperare la propria integrità intellettiva. Di fronte all’ipotesi di una malattia terminale, con la certezza di non poter recuperare la coscienza di sé, l’atteggiamento varia moltissimo da un individuo all’altro. C’è chi desidera accettare la fine naturale della vita senza essere sottoposto a terapie invasive e collegato a macchinari che, in determinate circostanze, servono solo a prolungare un’inutile agonia. C’è chi vuole morire a casa, nel proprio letto, circondato dai propri cari. C’è chi invece preferisce essere attorniato dai medici, assistito fino alla fine con ogni tipo di terapia e sofisticata tecnologia. E’ un segno di civiltà fare sì che le volontà di ognuno siano rispettate. Scrive ancora Sofri: sono migliaia le persone che conducono un’esistenza senza vita, grazie all’ausilio di macchinari straordinari. Mi chiedo: che cosa avrebbero voluto questi uomini e queste donne? Oggi non è possibile saperlo. E con quale  giustificazione ci arroghiamo il diritto di tenere quei corpi ancorati a questo mondo? Alcuni ritengono che un paziente non possa dare indicazioni vincolanti perché queste limiterebbero l`’operato dei medici e impedirebbero quel rapporto di fiducia reciproca tra medico e paziente chiamato "alleanza terapeutica". Ma il termine alleanza implica una relazione tra due soggetti per trovare una soluzione nel rispetto di entrambe le parti. Il medico ha come obiettivo il benessere e la salute del paziente, ma nei casi in cui questo non sia possibile, e la prospettiva sia comunque la fine della vita, quale medico vorrà mai operare in contrasto con le volontà dell’ammalato? Davvero pensiamo che un medico debba avere il diritto, anzi, l’arbitrio di decidere in solitudine qual è la cosa migliore e la più giusta? So per esperienza trentennale nei reparti di terapia intensiva che la stragrande maggioranza dei medici crede davvero nell’alleanza terapeutica, la concepisce come un percorso comune e non si sente affatto sminuito nel momento in cui condivide le proprie ragioni mediche e scientifiche con il punto di vista dell’ammalato. C’è poi chi sostiene, a mio avviso in malafede, che dietro al testamento biologico si nasconda la deriva verso l’eutanasia. Chiunque abbia approfondito anche minimamente il dibattito nazionale e internazionale sulle tematiche di fine vita sa bene che è una correlazione che non ha fondamento e sa anche che i termini non sono sovrapponibili. La sostanziale differenza tra il testamento biologico e l’eutanasia è tale che i due aspetti non sono stati associati  (e non sarebbe logico farlo) in nessuno dei disegni di legge all’esame del Senato. Come ha spiegato molto chiaramente Stefano Rodotà, con il testamento biologico si mira ad applicare un diritto che già esiste con il consenso informato applicando le stesse regole, in maniera prospettica, alle persone che non sono più in grado di esprimersi.  In questo contesto è compito del Parlamento proporre una sintesi e approvare una legge che rifletta il senso comune del Paese. Ma se il Parlamento smetterà di occuparsene rischierà di essere svuotato della sua funzione democratica, vittima dei veti incrociati che mirano a mantenere posizioni precostituite. Forse una certa politica ritiene che in questo momento non ci sia spazio e tempo da dedicare alla discussione sui diritti civili. Non sono d’accordo e mi permetto di osservare che le priorità della politica su questi argomenti a volte non coincidono con quelle dei cittadini. Questi ultimi, come scrive anche Umberto Veronesi, hanno la forza di dare concretezza alla libera iniziativa e la faranno valere perché è in causa una questione che tocca profondamente le coscienze di tutti. Chi ritiene che non ci sia bisogno di una legge non ascolta chi vive fuori dai palazzi della politica. In nove casi su dieci, infatti, i cittadini giudicano utile ed auspicabile una legge sul testamento biologico (secondo un’indagine dell’Istituto Eurispes). Gli italiani si aspettano una legge che serva a rendere effettivi i diritti degli ammalati, ad alleggerire le spalle dei familiari dal peso delle decisioni più difficili e a tutelare l’operato dei medici.