Ma c’è chi vuole l’eutanasia

di Michele Aramini

Da alcuni mesi la Commissione sanità del Senato discute le numerose proposte di legge sul testamento biologico. Dopo il forte ottimismo iniziale di alcuni, i lavori hanno registrato uno stallo che ha impedito finora di licenziare un testo unificato da inviare all’aula. La ragione di questo rallentamento va cercata nel tentativo di alcune forze politiche di introdurre, per mezzo del testamento biologico, forme più o meno esplicite di eutanasia. È noto che è proprio l’intenzione di usare il testamento biologico come cavallo di troia per l’eutanasia che sta determinando un grave inquinamento del dibattito sullo strumento giuridico delle direttive anticipate che, in linea teorica, potrebbe avere una qualche utilità. Infatti, secondo la Convenzione sulla Bioetica di Oviedo il senso delle direttive anticipate dovrebbe essere quello di continuare un dialogo tra medico e persona malata, anche quando quest’ultima non fosse più in grado di esprimersi. Un particolare della Convenzione di Oviedo va messo in chiaro rilievo: essa afferma esplicitamente all’articolo 9, che le volontà del malato debbono essere prese in considerazione, ma che esse non hanno un valore vincolante per i medici.

Questo è il punto essenziale che viene ignorato dai sostenitori dell’eutanasia, i quali premono per inserire nel testamento biologico la possibilità per il paziente di dare indicazioni esplicitamente eutanasiche, a cui i medici sarebbero vincolati. Il cambiamento di strategia dei sostenitori dell’eutanasia è evidente, ed è dovuto al fatto che l’opinione pubblica ha chiaramente percepito l’inconsistenza dei motivi che spingono a chiedere l’eutanasia: il primo motivo è quello del dolore insopportabile e il secondo quello di avere un nuovo diritto per allargare il campo della libertà personale, fino al punto di poter decidere quando morire. Ora sul primo punto la medicina palliativa, vera rivoluzione della nostra epoca (è scandaloso che non sia ancora sufficientemente applicata) ha mostrato che si può trattare adeguatamente il dolore delle persone che soffrono, senza bisogno di uccidere nessuno. Sul secondo punto, l’esperienza olandese ha mostrato, con una chiarezza che non ammette repliche, che la libertà delle persone, lungi dall’essere stata incrementata, è stata consegnata nelle mani dei medici che sono sempre più i veri decisori.

Sono essi infatti che accettano di somministrare l’eutanasia a pazienti che la richiedono o la negano se ritengono che la vita del paziente non sia ancora arrivata al punto di essere "vita senza valore". Sono ancora i medici che somministrano l’eutanasia anche senza richiesta, quando pensano che il paziente abbia superato il limite della "vita senza valore". Quindi si è passati dalla padella di una medicina molto invadente, dalla quale ci si voleva liberare con il presunto diritto all’eutanasia, alla brace di una consegna ancora più forte alla decisione dei medici. In realtà le persone comuni non sanno fare molte distinzioni tecniche, ma sanno bene che cosa vogliono: non vogliono soffrire inutilmente, vogliono essere accompagnati alla morte in modo degno di una persona umana, quindi con le cure antidolore, le cure palliative nel loro complesso, comprendenti anche l’attenzione dei servizi sociali alla propria famiglia. Per questi motivi, ritenendo fallita la campagna per convincere la popolazione dei "benefici" dell’eutanasia, i suoi sostenitori stanno cercando di introdurre il progetto eutanasico attraverso il più soffice motto "nessuno deve decidere per me", con l’invito a dettare indicazioni precise ai medici su ciò che dovrebbero fare o non fare di fronte a specifiche situazioni di malattia terminale.

 

Per essere un poco concreti, oltre a indicazioni quali il divieto di rianimare, di sospendere il sostegno del respiratore, si vorrebbe introdurre la possibilità di rifiutare anche l’alimentazione e l’idratazione del malato, al fine di farlo morire o di chiedere la somministrazione di analgesici in dosi mortali. Diventa chiaro perciò il motivo per cui parliamo di strategia del cavallo di Troia a proposito del testamento biologico. Il tema delle direttive anticipate richiede ancora almeno due sottolineature: l’autonomia del paziente, tanto sbandierata viene ampia- mente contraddetta dalla maggior parte dei progetti di legge; il modello di medicina che questi progetti di legge assumono è da contestare. Per quanto concerne il primo punto è veramente curiosa è l’insistenza con la quale si chiede che il testamento biologico sia redatto con l’ausilio di un medico. Il motivo è chiaro: il cittadino non è ritenuto capace di dare disposizioni da solo, perché non conosce la medicina e le situazioni a riguardo delle quali dovrebbe dare indicazioni. Ma ci si può chiedere se il medico si limiterà alle spiegazioni o suggerirà anche le soluzioni che lui riterrà più opportune. Mi pare che si ripeta il modello olandese e che sia fortemente a rischio l’autonomia effettiva dei pazienti. Per il secondo punto, quasi tutti i progetti di legge prevedono che le disposizioni del paziente siano vincolanti per i medici. Il medico curante potrebbe discostarsene solo in casi limitati e sulla base di motivazioni precise. In tal modo si riduce il medico a esecutore, svilendo l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, bene preziosissimo che non deve essere in nessun modo intaccato. Infine appare perfino autoritaria la previsione di alcuni progetti di legge sull’obbligo di fare testamento biologico. E appare un po’ grottesca l’insistenza con cui i medici dovrebbero periodicamente interpellare i propri assistiti per invitarli a prendere posizione. Anche qui è ovviala domanda su dove sia finita l’autonomia personale.