Fecondazione da Far West

di Chiara Valentini
Calano le gravidanze. Soprattutto per le donne meno giovani. Quadruplicata la fuga all’estero. Il bilancio dei primi tre anni delle norme sulla procreazione assistita. Donne gonfie per i bombardamenti ormonali troppo pesanti a cui spesso vengono sottoposte nella corsa a gravidanze sempre più difficili. Donne in transito verso l’estero, sperando che lì si possa realizzare il miracolo. Donne sull’orlo di una crisi di nervi perché non riescono a scovare neanche una carrozzina per quei tre gemelli che sono davvero troppi. Donne angosciate e piene di rancore, ma quasi sempre pronte a provarle tutte pur di non lasciar vuota quella culla. Benvenuti al terzo anniversario della legge 40 sulla procreazione assistita, benedetta dallo scampato referendum e, a quanto sostiene il Consiglio superiore di sanità, applicata ormai in modo equanime in buona parte dei 330 centri italiani, non importa se pubblici o privati. C’è per la prima volta un Registro nazionale, che dovrebbe elencarli tutti o quasi, divisi per regione e consultabile su Internet (www.iss.it/rpma). Peccato però che manchino in toto quelli del Lazio, che non è ancora riuscito a darsi un regolamento per stabilire i requisiti minimi dei suoi 54 centri. Una situazione scandalosa, ammette la responsabile del Registro Giulia Scaravelli. "Abbiamo scritto e telefonato infinite volte ai responsabili, ottenendo solo promesse vaghe. E da qualche mese non si fanno neanche più sentire". Non è molto piacevole per chi abita nella capitale e dintorni. Ma nemmeno nelle regioni apparentemente in regola la situazione è del tutto rassicurante. Nonostante i rigori della legge 40, infatti, non ci sono per ora strumenti per verificare quel che i centri fanno in concreto. Non è possibile controllare in modo rigoroso nemmeno i dati dei loro risultati, su cui la ministra della Sanità Livia Turco dovrà presentare al Parlamento entro la fine di giugno la sua attesa relazione. Per quella che viene considerata la prima verifica ufficiale della legge 40 ci si dovrà accontentare delle dichiarazioni, obbligatorie ma non sanzionabili se inesatte, di centri ospedalieri e cliniche private non certo omogenee per qualità e rigore. In realtà un quadro attendibile dei guasti provocati dalla legge 40 si sta già componendo, attraverso le ricerche di alcuni dei migliori operatori del settore. Dai dati dei Cecos, un gruppo di 20 centri sparsi in tutta Italia, viene fuori una diminuzione complessiva delle gravidanze attorno al 2 per cento. Secondo Andrea Borini, il presidente dei Cecos Italia, è una diminuzione già significativa da un punto di vista statistico. "Se poi ragioniamo in termini concreti vien fuori che solo per quel che riguarda il nostro campione si sono avute in un anno 158 gravidanze in meno", dice Borini. Ma sono soprattutto varie categorie di pazienti a essere duramente penalizzate. Cali significativi di gravidanze, come si vede da una ricerca dei centri Tecnobios, colpiscono le donne meno giovani, addirittura a partire dai 35 anni, a causa del divieto di congelare gli embrioni. Ma i dati peggiori, come osserva Guido Ragni, direttore del Centro per la fecondazione assistita del Regina Elena a Milano, uno dei padri della provetta, riguardano le coppie dove è l’uomo ad avere problemi di fertilità. Ragni fa parte della Società italiana di embriologia e riproduzione, che ha promosso in 13 dei più importanti centri italiani una ricerca su 1.640 coppie, condotta dalla biologa Rosanna Ciriminna. Viene fuori che le gravidanze sono calate di dieci punti, dal 32,6 per cento che si otteneva prima della legge al 22,6 di oggi. Nei casi particolarmente gravi, quando è necessario un intervento chirurgico per estrarre gli spermatozoi, c’è stato addirittura un crollo del 17 per cento. Anche qui tutto dipende dal divieto di fecondare più di tre ovociti. Avendo a disposizione spermatozoi deboli sarebbe importantissimo produrre un maggior numero di embrioni per scegliere i migliori e congelarli per tentativi successivi: oltretutto senza costringere l’uomo a tornare sotto i ferri del chirurgo. Allarmano anche i dati della ricerca dei Cecos sulle gravidanze multiple. Se nel 2003 la percentuale dei gemelli era del 14,1 per cento, nel 2005 è salita al 17,5. Ma le preoccupazioni maggiori riguardano le gravidanze trigemine, considerate dai medici ad alto rischio perché spesso non arrivano a termine, mettendo in pericolo anche la madre, e per i danni permanenti che possono presentare i bambini. Se nel 2003 queste gravidanze erano l’1,8 per cento, dopo la legge sono schizzate poco sotto il 5. E fra le donne con meno di 35 anni raggiungono la cifra record del 7 per cento. L’allarme ormai è così alto che le donne più giovani cominciano a mandare diffide scritte al proprio medico perché non impianti tutti e tre gli embrioni. E siccome i trattamenti forzati non sono ammessi, i medici devono eseguire proprio quei congelamenti che si volevano evitare. "È paradossale aver voluto inchiodare qualcosa che è in continua evoluzione come le tecniche mediche alle prescrizioni di una legge", accusa Anna Pia Ferraretti, responsabile del Sismer di Bologna. E fa l’esempio della ricerca del super embrione a cui oggi si dedicano vari paesi europei con la parola d’ordine ‘Più figli ma uno alla volta’. In sostanza si inseminano molti ovociti per poi selezionare con tecniche sofisticate il migliore da impiantare. "È esattamente il contrario di quel che siamo costretti a fare in Italia. È come se fossimo tornati indietro di 15 anni", dice Ferraretti. Cresce intanto un effetto collaterale, la fuga all’estero delle pazienti. Una ricerca dell’Osservatorio sul turismo procreativo condotta su 27 centri stranieri fa vedere che da quando è in funzione la legge 40, i viaggi della speranza si sono più che quadruplicati, passando da un migliaio del primo periodo a 4.200 dell’anno scorso. Ma non è solo questione di numeri. Da indagini e testimonianze viene fuori che il famoso Far West italiano della provetta di cui tanto si era favoleggiato adesso si ripresenta all’estero. Certo, molti centri seri e rigorosi ci sono ancora. Ma in quella meta preferita delle coppie italiane che è la Spagna la provetta sta diventando un business, specialmente nel campo della fecondazione eterologa. Ha raccontato un’avvocata milanese che, dopo aver pagato in una nota clinica di Valencia ben 9 mila euro per un’ovodonazione, aveva scoperto che si praticavano tre tariffe diverse: la più bassa per le spagnole, l’intermedia per le europee, la più alta per le nostre concittadine. Ma c’è di peggio. "Quando l’eterologa si poteva fare in Italia eravamo noi specialisti a garantirne la qualità e le regole. Adesso può capitare di tutto", dice la ginecologa Elisabetta Chelo. Per esempio che vengano impiantati a una donna di 46 anni vari embrioni, come è successo in una clinica di Brno, nella Repubblica Ceca. Con il risultato di una gravidanza trigemina conclusa con un parto prematuro, i bambini morti uno dopo l’altro e la madre salva per miracolo. Eppure in quel paese, dove i prezzi sono ancora bassi, la presenza italiana è cresciuta di 20 volte, come cresce in Ucraina e perfino nella Russia della malasanità. Ma perlomeno, in questi tre anni di regno della legge 40, è migliorata la qualità di quel che ancora si può fare in Italia? C’è un maggiore rispetto per la salute delle donne? Da alcune ricerche parziali, soprattutto al Sud, si direbbe di no. Una studiosa napoletana, Maria Rosaria Coppola, ha intervistato a lungo 340 coppie presso tre centri di fecondazione assistita, a Napoli e a Pozzuoli. Ne è venuto fuori un ritratto a tinte scure di una parte della sanità privata, con racconti di donne che avevano fatto anche dieci tentativi a distanza di un mese e mezzo uno dall’altro, sottoponendosi a un’overdose di ormoni da rabbrividire. Risulta poi che le donne sanno ben poco dei trattamenti che si preparano a fare e dei rischi che possono correre. Insomma, quel fiore all’occhiello della legge 40 che è il consenso informato funziona ancora troppo poco. Ci sono anche donne che segnalano come qualche medico del servizio pubblico aveva suggerito di passare in un centro privato, dove potevano avere risultati migliori. Ovviamente quei medici lavoravano anche lì. Ovviamente i prezzi erano di varie migliaia di euro. Denunce di abusi grandi e piccoli arrivano spesso dalle associazioni delle pazienti della provetta. Anna Biallo de L’altra Cicogna di Bari segnala che al centro Fivet del Policlinico della sua città quella dolorosissima operazione che è il prelievo di ovociti viene fatta senza anestesia. In un altro ospedale barese, il Di Venere, siccome il biologo arriva da fuori solo per due giorni al mese, le pazienti devono regolare chimicamente il loro ciclo ovarico sui suoi tempi. Non è una bella cosa. Ma a una di loro, C. G., è successo di peggio: mentre si stava preparando per il prelievo alla data indicata dal biologo, aveva saputo che lo specialista sarebbe arrivato tre giorni prima del previsto. Bombardata di ormoni per accorciare i tempi, aveva prodotto un solo ovocita maturo, che subito era stato fecondato. Ma quell’équipe doveva avere una gran fretta se invece di aspettare i tre giorni canonici aveva fatto il transfert solo 24 ore dopo. Alle proteste di C. G. era stato risposto che si trattava di una promettente tecnica sperimentale. Una delle tante bugie che in Italia vengono raccontate alle donne, nel circo Barnum della fecondazione assistita.