Da ieri alla Commissione Sanità del Senato si parla dì testamento biologico. Dieci disegni di legge sono stati presentati dalle diverse forze politiche, mentre il dibattito è acceso, anche fuori dalle sedi istituzionali. Per orientarci, dice il presidente della commissione Ignazio Marino, «dobbiamo analizzare tre concetti fondamentali che, purtroppo, vengono confusi tra loro. Se riusciamo a distinguerli anche il dibattito si sgonfia».
Quali sono questi concetti?
«Sono l’eutanasia, a cui si può ricondurre anche il suicidio assistito, il testamento biologico e l’ autodeterminazione nella scelta delle cure».
Allora cominciamo a parlare di autodeterminazione nella scelta delle cure. Che cosa vuoi dire?
«Benché ci sia qualche isolato onorevole che solleva obiezioni su questo principio, l’autodeterminazione nella scelta delle cure è sancita dalla costituzione. L’articolo 32 dice infatti che qualsiasi cittadino ha il diritto di essere informato sulle terapie cui può venire sottoposto e di conseguenza non dare il proprio assenso. Tant’è vero che oggi, quando mi reco in un qualsiasi luogo di cura, sia pure per un intervento diagnostico, devo firmare il consenso informato. Facciamo un esempio: se devo fare una gastroscopia per stabilire se ho un tumore allo stomaco, devo venire informato del faro che mi vera messo un tubo nella gola. Dopodiché io ho tutto il diritto di dire: il tubo non me lo faccio mettere, anche se capisco che per la mia salute sarebbe meglio dire di sì. E nessuno potrà costringermi a fare la gastroscopia, anche se la mia decisione è contro l’interesse della mia salute».
C’è un limite a questo diritto?
«No, questo diritto va esteso a tutte le condizioni».
Questo stesso diritto è quello che ha chiesto di esercitare Welby?
«Esattamente. lo ho visitato Welby e posso dire che era mantenuto in una situazione ideale dal punto di vista medico, ma lui aveva il diritto di dire: questa tecnologia esterna al mio corpo non la voglio più. In questo caso quindi si tratta di proseguire o interrompere delle terapie e se l’ interruzione non consente la sopravvivenza questo non significa uccidere ma accettare la fine naturale».
Passiamo all’eutanasia. Che cosa si intende?
«L’eutanasia e il suicidio assistito consistono nella somministrazione di ori veleno che ferma istantaneamente il cuore e uccide la persona. In sostanza, siamo di fronte a un comportamento attivo che porta alla morte: una cosa ben diversa dall’ astenersi dal praticare la terapia. In commissione sanità del senato non esiste al momento nessuna discussione su questi temi. Chi dice quindi che con la discussione sul testamento biologico si aprono le porte all’eutanasia non sa di che parla».
E siamo al terzo concetto: il testamento biologico. Che cosa è?
«Il testamento biologico riempie un vuoto lasciato dal consenso informato. In una situazione precisa cioè quando il paziente sia in corna e senza possibilità di recuperare integrità intellettiva, il testamento biologico dà indicazioni su quello che il paziente vorrebbe fare per quanto riguarda la scelta delle cure. Immaginiamo che io mi trovi in ospedale, malato di cancro, con metastasi che sono arrivate al cervello, respiro attraverso un tubo inserito nella trachea e sono nutrito attraverso un tubo inserito nello stomaco. Interviene un’infezione grave e il mio cuore si ferma. Ma io non voglio farlo ripartire e non voglio che qualcuno mi impedisca di terminare la mia agonia in pace. Se ho sottoscritto un testamento biologico quando ero ancora cosciente posso ancora far valere la mia volontà».
Qualcuno obietta però che, visto che potrebbero passare molti anni fra lì momento in cui firmo Il testamento biologico e Il momento In cui mi trovo nella condizione da lei descritta, non è detto che la mia idea non cambi nel frattempo.
«Per questo viene introdotta la figura del fiduciario, ovvero una persona che viene indicata al momento della firma del testamento biologico e che garantisce che effettivamente il paziente avrebbe fatto quella scelta. Deve essere una persona che ha un rapporto continuativo di conoscenza e affetto con la persona, ora non necessariamente un familiare. Io, ad esempio, che ho firmato un testamento biologico alcuni anni fa, ho scelto come fiduciario un amico».
Qualcuno dice che non c’è bisogno di una legge, in fondo le cose funzionano anche casi. Che ne pensa?
«Non è vero. Un’indagine svolta dall’Istituto Mario Negri nel 2005 prendendo in esame 320 reparti di rianimazione su 400, ha mostrato che nel 62% dei casi, nelle ultime 72 ore di vita del patente, i rianimatori hanno praticato la desistenza terapeutica: in sostanza quando non c’è più nulla da fare, interrompono gradualmente le cure. In molti casi però si tratta di una decisione presa da un singolo medico. Non sarebbe meglio se medici e familiari si sedessero attorno a un tavolo ed avessero un colloquio per stabilire cosa avrebbe voluto fare il paziente in quel caso? Questo in fondo è in linea con il catechismo di Ratzinger».
Quanti sono i punti di disaccordo tra i 10 disegni di legge?
«Sostanzialmente sono due. Il primo riguarda i possibili conflitti tra medici e familiari sulle decisioni di fine vita. C’è chi ritiene che debbano essere portati in tribunale. Io sono convinto, invece, che debbano essere risolti entro le mura dell’ospedale. Il secondo punto critico riguarda la nutrizione e l’idratazione. C’è chi le ritiene cure palliative e che, quindi il cittadino non abbia il diritto di scegliere se interromperle, come invece accade per le terapie. Io credo, invece, che infilare un tubo di plastica nella pancia e inserirvi sostanze che vengono prodotte da case farmaceutiche sia una terapia medica per la quale il patente dovrà dare il suo consenso».