Il direttore risponde
Direttore, leggendo l’editoriale sul caso Nuvoli di Francesco Ognibene (Avvenire del 31 maggio), dal mio cuore è sgorgato un forte turbamento. Mia madre è da alcuni anni ammalata di Sla immobilizzata a letto e mantenuta in vita dai macchinari.
E’ sempre stata donna di una dolcezza, una disponibilità e un amore per gli altri ammirevole. Sicuramente non meritava questa croce. Forse il miracolo più grande, per me, è il suo comportamento, il suo coraggio, la sua dignità nell’affrontare la malattia. Mai ha chiesto di morire. Mai si è lamentata. Lei parla con i suoi dolci occhi e ricambia il nostro affetto con quel leggero sorriso che riesce a fare. Grazie mamma per quello che ci stai insegnando. La vita è bella e va vissuta fino all’ultimo istante. Dio ce l’ha data e non è nostro diritto privarcene. Per l’Associazione radicale Luca Coscioni questa mia lettera è come una pugnalata, però, la verità non è prerogativa esclusiva degli strilloni. Quella che vi ho raccontato è una storia vera, che a molti farà venire i brividi, ma, credo sia una forte spinta a riflettere di più e meglio sull’eutanasia. Come cristiani dobbiamo ricordarci della parabola di Lazzaro: le piaghe e i tormenti patiti su questa terra saranno consolati con la gioia del paradiso.
Alberto Piubello San Vittore (Vr)
Se calcolassimo ragioni e torti col metro dello spazio assegnato in pagina o dei servizi trasmessi in video, non potremmo avere dubbi: l’eutanasia è sacrosanta e chi le si oppone è solo un retrogrado (e magari anche un miserabile). Tutto frutto del martellante tam tam pilotato dai radicali, maestri nell’imporre slogan e parole d’ordine, abilissimi illusionisti in grado di spacciare pochi adepti per «opinione pubblica generale», torrenziale popolo in cammino verso un dorato futuro libertario. Di traverso c’è solo -e gli fa vedere rosso- un pugno di antipatici, ottusi cattolici, pervicacemente ostinati a non cedere il passo, a non rassegnarsi che il futuro è loro avverso. Peraltro addirittura capaci di rosicchiare consensi e solidarietà in campo avverso, tra laici “doc”, transfughi, disertori dagli avamposti scintillanti dell’individualismo, gente che ha abiurato il verbo del divo Marco ed è perciò colpita da fatwa inesorabile. Radicali & Co. si rassegnino: contiamo di metterci per traverso ancora a lungo, e non ci dispiace vederli un po’ in affanno, come quando hanno provato a controbilanciare il Family Day con Piazza Navona, trascinando nel ridicolo quei media che contro ogni evidenza si sono incaponiti a rappresentare l’equipollenza tra le due manifestazioni, senza riconoscere che da una parte c’era un alluvionale incontro di popolo, dall’altra l’appuntamento dello striminzito club di soliti noti. Finché saremo dalla parte di gente come la sua mamma, caro Piubello, continuerà a non esserci partita: per quanto i media millantino «verità» che tali sono solo sulla carta, il senso della vita, che innerva il sentire profondo del nostro popolo, è quello espresso dalla sua mamma e da lei così bene raccolto. La vita -come lei dice- «è bella e va vissuta fino all’ultimo istante» perché c’è la prospettiva dell’aldilà: una chance che l’infermità non può sottrarci se la nostra esistenza respirato stesso amore che trapela dalle sue parole. E’ questa la sfida che ci coinvolge, singoli, famiglie e comunità: rinforzare i legami umani, alimentare le relazioni, la gratuità, l’amore, non con sentimentalismo pallido e svenevole, ma con la sostanza di vite che declinano quotidianamente valori intensi e schietti
Direttore, leggendo l’editoriale sul caso Nuvoli di Francesco Ognibene (Avvenire del 31 maggio), dal mio cuore è sgorgato un forte turbamento. Mia madre è da alcuni anni ammalata di Sla immobilizzata a letto e mantenuta in vita dai macchinari.
E’ sempre stata donna di una dolcezza, una disponibilità e un amore per gli altri ammirevole. Sicuramente non meritava questa croce. Forse il miracolo più grande, per me, è il suo comportamento, il suo coraggio, la sua dignità nell’affrontare la malattia. Mai ha chiesto di morire. Mai si è lamentata. Lei parla con i suoi dolci occhi e ricambia il nostro affetto con quel leggero sorriso che riesce a fare. Grazie mamma per quello che ci stai insegnando. La vita è bella e va vissuta fino all’ultimo istante. Dio ce l’ha data e non è nostro diritto privarcene. Per l’Associazione radicale Luca Coscioni questa mia lettera è come una pugnalata, però, la verità non è prerogativa esclusiva degli strilloni. Quella che vi ho raccontato è una storia vera, che a molti farà venire i brividi, ma, credo sia una forte spinta a riflettere di più e meglio sull’eutanasia. Come cristiani dobbiamo ricordarci della parabola di Lazzaro: le piaghe e i tormenti patiti su questa terra saranno consolati con la gioia del paradiso.
Alberto Piubello San Vittore (Vr)
Se calcolassimo ragioni e torti col metro dello spazio assegnato in pagina o dei servizi trasmessi in video, non potremmo avere dubbi: l’eutanasia è sacrosanta e chi le si oppone è solo un retrogrado (e magari anche un miserabile). Tutto frutto del martellante tam tam pilotato dai radicali, maestri nell’imporre slogan e parole d’ordine, abilissimi illusionisti in grado di spacciare pochi adepti per «opinione pubblica generale», torrenziale popolo in cammino verso un dorato futuro libertario. Di traverso c’è solo -e gli fa vedere rosso- un pugno di antipatici, ottusi cattolici, pervicacemente ostinati a non cedere il passo, a non rassegnarsi che il futuro è loro avverso. Peraltro addirittura capaci di rosicchiare consensi e solidarietà in campo avverso, tra laici “doc”, transfughi, disertori dagli avamposti scintillanti dell’individualismo, gente che ha abiurato il verbo del divo Marco ed è perciò colpita da fatwa inesorabile. Radicali & Co. si rassegnino: contiamo di metterci per traverso ancora a lungo, e non ci dispiace vederli un po’ in affanno, come quando hanno provato a controbilanciare il Family Day con Piazza Navona, trascinando nel ridicolo quei media che contro ogni evidenza si sono incaponiti a rappresentare l’equipollenza tra le due manifestazioni, senza riconoscere che da una parte c’era un alluvionale incontro di popolo, dall’altra l’appuntamento dello striminzito club di soliti noti. Finché saremo dalla parte di gente come la sua mamma, caro Piubello, continuerà a non esserci partita: per quanto i media millantino «verità» che tali sono solo sulla carta, il senso della vita, che innerva il sentire profondo del nostro popolo, è quello espresso dalla sua mamma e da lei così bene raccolto. La vita -come lei dice- «è bella e va vissuta fino all’ultimo istante» perché c’è la prospettiva dell’aldilà: una chance che l’infermità non può sottrarci se la nostra esistenza respirato stesso amore che trapela dalle sue parole. E’ questa la sfida che ci coinvolge, singoli, famiglie e comunità: rinforzare i legami umani, alimentare le relazioni, la gratuità, l’amore, non con sentimentalismo pallido e svenevole, ma con la sostanza di vite che declinano quotidianamente valori intensi e schietti