“Rivera di tutto il mondo uniamoci, noi terroristi ci vediamo a San Pietro”

Angiolo Bandinelli, già segretario del Partito radicale, consigliere generale Associazione CoscioniAngiolo Bandinelli, già segretario del Partito radicale, consigliere generale Associazione Coscioniintervento di Angiolo Bandinelli, consigliere generale dell’Associazione Coscioni, (articolo pubblicato sul Riformista di sabato scorso qui inserito nella sua versione integrale)

Stamani (sabato scorso, ndr), alle undici, un gruppo di dirigenti e militanti radicali della RnP e della Associazione Coscioni manifesteranno a Piazza Pio XII, territorio ancora italiano, proprio dinanzi a Piazza San Pietro, Città del Vaticano. Manifesteranno per dichiararsi tutti “Andrea Rivera”, cioè tutti “terroristi”, secondo l’infelice uscita dell’”Osservatore Romano” nei confronti del canterino irriverente.

Quell’epiteto, scagliato con calcolata lucidità (suvvia, più che ovvio il sospetto che si tratti di una strumentale trovata per accendere gli animi e chiamarli a raccolta nel “Family Day” del 12 maggio) ci ha ricordato le invettive della stampa cattolica e dello stesso “Osservatore” (fondato, non dimentichiamolo, nel 1861) contro Giuseppe Garibaldi e gli altri autori del Risorgimento, anche contro quei cattolici liberali che vi diedero un fondamentale contributo e ai quali solo recenti Papi hanno reso giustizia sul piano storico ed istituzionale. Un brutto precedente da rispolverare, soprattutto perché potrebbe riflettersi negativamente sulle attuali dirigenze vaticane, forse poco attente alla storia del cattolicesimo italiano e dei suoi rapporti con lo Stato nato dal duro scontro risorgimentale. Ma altro vogliamo, in questo momento, ricordare. I radicali pannelliani sono l’unico partito non fideista, non cattolico, ad avere confidenza con Piazza San Pietro. Lo sono da un lontanissimo 1967, l’Anno Anticlericale, quando, pochi e sparuti (oltreché spauriti) penetrarono nella storica piazza per manifestare a favore della pillola anticoncezionale. “No all’aborto, sì alla pillola” era preveggentemente scritto su quegli striscioni, subito strappati via dalla polizia. Non saprei ricordare poi quante sono state le Marce di Pasqua, le marce contro la fame nel mondo approdate all’ora dell’Angelus dentro il colonnato berniniano dopo aver toccato i Palazzi del Potere romano e italiano. Queste marce erano la forma radicale del dialogo, il dialogo che i radicali da sempre aprono e tengono aperto non con il vicino di casa, o il compagno di idee, ma con il lontano, il più lontano e “diverso” da loro. E’ questa la versione (chiamiamola così) radicale del cosiddetto “dialogo tra laici e cattolici”, una versione che li differenzia nettamente dai loro fratelli o cugini, i liberali puri, ma anche da tutte le forze politiche di oggi, destre o sinistre che siano, per le quali l’incontro con i cattolici va condotto nelle sedi istituzionali, tra delegazioni e rappresentanze dei poteri interessati. Una concezione intrisa di diplomazie, di do-ut-des, di compromessi, anche di accordo di interessi, e così via. Per i radicali, questo metodo non va assolutamente. Anzi, è la formula stessa del “dialogo tra laici e cattolici” che va respinta, nella sua corrente accezione, perché irrigidisce e snatura ogni possibilità di confronto serio e fruttuoso. Qui, per i radicali, un vero dialogo si realizza tra quanti, liberamente e indipendentemente dal loro “peso” istituzionale, vogliono parteciparvi. Il dialogo, se ha da essere, deve essere condotto, rigorosamente, fuori e lontani dalle istituzioni, solo e sempre tra ”laici”: laici comunque e sempre, quali che siano le personali fedi, credenze, valori (personali perché religiosamente, fortemente e intransigentemente professate nel foro della coscienza). Questo è quanto vuole ricordare la manifestazione a Piazza Pio XII: ma se poi volessimo anche noi fare una battutaccia, diremmo che si tratta di un dialogo tra “terroristi” e “terrorismo”. E speriamo di non essere fraintesi.