Altri sono palesemente post-ippocratici, ma altrettanto palesemente derivati dal pensiero di Ippocrate (per esempio il giuramento di rispettare non solo la vita, ma anche «la persona», o quello di attenersi «ai principi etici della solidarietà umana»). Altri ancora non sono materialmente riconducibili al modello ippocratico, ma rispondono ai principi di etica e di deontologia medica elaborati nell’intero arco dell’esperienza medica occidentale (ad esempio il giuramento di rispettare i colleghi «anche in caso di contrasto di opinioni»). Va infine rilevato che purtroppo anche in questo manca formalmente, come peraltro nelle precedenti versioni moderne del giuramento scritte dopo l’approvazione della legge 194, ogni richiamo all’esplicito impegno ippocratico contro l’aborto. L’analisi comparativa dei testi potrebbe essere molto più dettagliata. Ciò che però merita una riflessione, più ancora che i singoli contenuti, è il fatto stesso che la professione medica, a tanti e tanti secoli di distanza da Ippocrate, non abbia mai cessato di sentire il bisogno di vincolarsi pubblicamente con un giuramento. Il giuramento, come è evidente, nulla aggiunge e nulla toglie alla responsabilità professionale e soprattutto legale del medico verso la società e verso i suoi pazienti: si tratta più che altro di un impegno etico, più che giuridico, e perciò di enorme rilievo, che il medico prende con se stesso. Non perchè glieli impone il diritto positivo, sono doveri fondamentali del medico la competenza, la correttezza, il rispetto per il malato: è il valore intrinseco a quel bene umano fondamentale che è la vita a giustificare la vocazione e l’agire del medico. E poichè quello che la vita esige è prima di ogni altra cosa un impegno per l’appunto etico, ecco che solo dopo aver giurato per la vita il medico potrà acquisire la sua specifica identità professionale. L’aver superato una serie di esami volti a verificarne le competenze epistemologiche potrà (eventualmente!) dare al laureato in medicina solo la qualifica di scienziato. Ha colpito molti osservatori l’inserimento nel nuovo giuramento del divieto di astenersi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico. Si tratta di un principio radicalmente innovativo, perchè non solo non pensato, ma nemmeno pensabile in prospettiva ippocratica e tradizionale, quando la limitatezza delle conoscenze mediche rendeva materialmente impossibile ogni forma di accanimento. E’ noto che la bioetica, già a partire dagli insegnamenti di Pio XII, condanna come eticamente ingiustificabile l’accanimento, e cioè ogni pratica medica priva di realistiche finalità terapeutiche, non proporzionata allo stato di salute reale del malato, qualificata da un uso improprio e invasivo di tecnologie sofisticate e spesso molto costose, a volte posta in essere più per acquisire dati scientifici che per il bene del malato, rivolta spesso a dar soddisfazione al narcisismo, probabilmente inconscio, che caratterizza i medici che non si rassegnano psicologicamente a veder morire i “loro” pazienti e cercano di tenerli materialmente in vita il più a lungo possibile. Sul no all’accanimento la bioetica è concorde e sotto questo profilo non dovrebbe destar meraviglia il fatto che il medico, giurando, si impegni a non cedere alla tentazione dell’accanimento. Ad avviso di alcuni, però, l’inserimento di questo nuovo impegno nel testo del giuramento non sarebbe stato possibile senza le polemiche scoppiate in merito al “caso Welby”. Ci auguriamo che così non sia. Chi ha seguito a suo tempo la vicenda ricorderà come nel caso Welby non fosse in questione, sotto nessun profilo, l’accanimento terapeutico, ma eventualmente il diritto del paziente (peraltro controverso) a rifiutare le cure che gli venissero somministrate contro la sua esplicita volontà. Non credo che abbiano ragione coloro che pensano che l’aggiornamento del giuramento di Ippocrate sia orientato a forzare principi etici basilari della medicina, camuffando con il no all’accanimento un’apertura nei confronti dell’eutanasia, nella forma cosiddetta passiva, cioè come sospensione di trattamenti di sostegno vitale. Ne meno che mai è pensabile che possano essere ritenute forme di accanimento terapeutico (da evitare quindi, per rispetto al giuramento) l’alimentazione e l’idratazione di pazienti in coma persistente, che vanno invece correttamente qualificate come forme di sostegno vitale di base. Il Comitato nazionale di bioetica ha spiegato, a suo tempo, quali e quanti valori umani, simbolici e solidaristici, prima ancora che medici, si condensino nel dare da bere e da mangiare a pazienti, colpiti così tragicamente dalla malattia, ma per nulla privati dei loro diritti fondamentali, tra i quali il diritto che sta alla base di ogni altro, e cioè il diritto alla vita. Il dibattito su queste tematiche è oggi particolarmente vivo e non è pensabile che esso possa essere indebitamente influenzato dalle nuove formule del giuramento professionale, che devono ragionevolmente esprimere e condensare i principi etici condivisi e consolidati della professione. Sia pure con alcuni limiti e non senza contraddizioni, nella classe medica lo spirito ippocratico e ancor oggi vivissimo e il no all’eutanasia e a ogni sua forma surrettizia ne costituisce parte assolutamente integrante.
Medici: basta Ippocrate per fermare l’eutanasia
di Francesco D’Agostino
Il Comitato centrale della Federazione nazionale dell’Ordine dei medici e degli Odontoiatri ha provveduto, alla fine di marzo, ad aggiornare il testo del Giuramento che sono tenuti a prestare i giovani neolaureati, nel momento in cui entrano ufficialmente nel mondo della professione. Rispetto al suo antichissimo e famosissimo prototipo, e cioè al Giuramento di Ippocrate, questo testo presenta diversità rilevanti: mancano ad esempio il riferimento esplicito alla divinità, l’impegno di fedeltà corporativa e quasi esoterica al maestro, le “benedizioni” e le “maledizioni” conclusive. In compenso, rispetto ai cinque punti essenziali del sintetico giuramento ippocratico, il nuovo giuramento appare lodevolmente prolisso: sono ben quindici i punti specifici sui quali il giovane medico è chiamato a giurare. Alcuni -quelli che si sostanziano nel giuramento di impegno per la vita, di non provocare mai deliberatamente la morte e il rilievo dato all’endiadi scienza/coscienza e al rispetto della riservatezza e del segreto professionale- sono strettamente ippocratici nella sostanza, anche se non sempre nella formulazione specifica.