A pagina 23 del Corriere della Sera del 7 aprile 2007, Monica Ricci Sargentini firma un articolone dall’accattivante titolo “Barcellona, 6600 euro per un embrione (e si può scegliere il colore degli occhi)”.
Chiedo a Ricci Sargentini quanto segue:
-Perché questo titolo, che allude ambiguamente, parlando di prezzo dell’embrione, ad una vendita dello stesso che in realtà non esiste? Infatti, il prezzo citato, è semplicemente il prezzo del trattamento medico volto a superare le difficoltà procreative di chi si rivolge alle cliniche per l’infertilità, non certo il prezzo dell’embrione. Ma su questo punto si insiste anche oltre, chiedendosi se “la signora francese è anche lei qui per acquistare un embrione”.
Ma si sa, parlare di commercio di embrioni, attira il lettore e genera scandalo nei disinformati.
-Perché sottolineare nel titolo la possibilità di scegliere il colore degli occhi? Ricci Sargentini probabilmente sa bene, visto che poi l’ha scritto nell’articolo, che tale “scelta”, nel selezionare donatore e donatrice in caso di fecondazione eterologa, è volta essenzialmente a rendere fenotipicamente il più simile possibile ai genitori il figlio che, si spera, nascerà, limitando così eventuali problemi psicologici alla famiglia, e non a soddisfare i capricci cromatici di mamma e papà.
-Perché, nella prima colonna, si parla di farmaci della donatrice che la paziente italiana deve fornire “…possibilmente facendoseli prescrivere dal Servizio Sanitario Nazionale…”? Ricci Sargentini forse sa ma non lo dice o forse non sa (in questo caso la informo) che, purtroppo, i pazienti infertili italiani costretti ad emigrare per cercare un figlio, oltre al pesante prezzo del viaggio, del soggiorno, della clinica (si arriva facilmente agli 8000 euro), debbono pagare anche quello altrettanto pesante (più di 1000 euro) dei farmaci, soprattutto nei casi in cui non si ricorre all’eterologa, visto che il Servizio Sanitario Nazionale non rimborsa loro proprio nessun farmaco. Anzi, informo la giornalista che le associazioni di pazienti infertili sono pronte ad indagare e a battagliare proprio su questo punto.
-Perché nell’ultima colonna, scrive che ci sono medici e centri italiani che aiutano i loro pazienti ad andare all’estero quando “la legge italiana dice che chiunque realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni è punito con la reclusione da tre mesi a due anni”?
Ancora una volta, e mi piacerebbe che fosse una volta per tutte, chiarisco che la fecondazione assistita, fatta all’estero o in Italia, omologa o, quando necessario, eterologa, non è commercializzazione di alcunché, ma trattamento medico volto a superare patologie che rendono difficile quella bella, e in altri casi osannata cosa, che è la procreazione.
E comunque, i medici italiani che danno una mano ai loro pazienti che necessitano di trattamenti non disponibili in Italia ma potenzialmente risolutivi della patologia in questione, compiono solo, “in scienza e coscienza”, il proprio dovere di medici.
-L’elenco delle citazioni dei passi contenenti volute inesattezze e sottili cattiverie sarebbe lungo, troppo, ma mi limito ad un’ultima domanda a Ricci Sargentini.
Perché questo tono sprezzante nel raccontare la realtà, la realtà normale e seria dei pazienti infertili e dei medici specialisti di questo settore della scienza, italiani o stranieri che siano, tono che pervade tutto l’articolo, dalla descrizione della dottoressa spagnola e della sua, ci par corretta, consulenza, alla ricerca del padre biologico da parte della ragazzina figlia di donazione di seme, ricerca che si vuole far passare, senza documentata ragione, quasi per condanna di chi ha voluto concepirla “a quel modo”?
Il dibattito sul problema dell’anonimato del donatore/donatrice e sulle ripercussioni psicologiche sui “figli dell’eterologa” è doveroso e già in corso, ma esige pacatezza, serietà e documentazione, non certo tali toni scandalistici.
Perché non contribuite, voi giornalisti, ad una corretta informazione in questo campo di crescente interesse sociale (1 coppia su 4 ha difficoltà di concepimento), invece di continuare, come in questo caso, a confondere le acque e a dare una visione distorta della realtà?
Perché non andate, e ne scrivete, una mattina qualsiasi in un centro infertilità qualsiasi di un ospedale italiano qualsiasi a vedere e sentire giovani e normalissime coppie in attesa di ecografie e prelievi, con solo due ore di permesso dal lavoro, che ripongono nei medici che li visitano tutte le loro speranze di diventare genitori di un figlio con gli occhi neri o azzurri, maschio o femmina, bello o brutto, purchè arrivi?
Sarebbe un vero scoop, credetemi.
Mi diceva di recente il medico responsabile di uno dei più grossi centri infertilità convenzionati del nord Italia, che sempre meno ginecologi scelgono di diventare specialisti dell’infertilità.
“Sa, dedicare anni e anni a studio e pesante tirocinio per poi essere trattati e additati come quelli che creano mostri in provetta, che selezionano bambini perfetti e uccidono embrioni, non attira nessuno”.
Rossella Bartolucci
Presidente Sos Infertilità Onlus www.sosinfertilita.net
(membro Ass. Luca Coscioni, Cellula di Milano).