D’accordo, ma in che modo pensa di uscire dall’attuale sistema dei concorsi?
«Cambierò radicalmente le regole, per contrastare localismo, cooptazione e nepotismo. Si comincia dai ricercatori universitari. Separerò il reclutamento dall’avanzamento di carriera. Lo scatto non sarà affidato a meccanismi automatici, ma a un sistema di verifiche. La bozza del provvedimento è pronta, a giorni ci sarà il testo definitivo».
Ma come saranno i nuovi concorsi?
«Del tutto diversi, niente scritto e orale, niente idonei, in aggiunta ai vincitori. Un posto? Un vincitore secco. E basta. Due posti? Due vincitori e basta. E poi standard internazionali e commissari stranieri. La valutazione sarà affidata ad un organismo internazionale. La valutazione, inoltre, sarà anonima. Verranno valutati i titoli, le lettere di presentazione e i seminari, senza sapere a chi corrispondono. Alla fine ci sarà un’ulteriore verifica di tutto il lavoro. Non solo. Dopo l’assunzione ci sarà un altro step per la conferma o la decadenza del posto».
Dunque, una rivoluzione. Ma in cattedra abbiamo intere famiglie, ci sono carriere lampo di figli di notabili che bruciano le tappe, accade a Bari. C’è un rimedio alla parentopoli? E i concorsi per i professori, a quando le novità?
«Il provvedimento che riguarderà i ricercatori sarà un test. Quel modello, che secondo me funziona, potrà essere utilizzato anche per i docenti universitari. Ma si vedrà in un secondo tempo, dopo la verifica. In ogni caso, va detto che l’università italiana non è esattamente come viene rappresentata. Occorre bilanciare il giudizio. Sì, non è i Campi Elisi, ci sono tanti vizi e episodi di mala-università, ma non è neanche l’inferno perché il sistema produce qualità. Certo, non avremo mai i livelli stellari di Cambridge o di Harvard. Faccio solo un esempio: per Harvard gli Usa spendono 20 miliardi di dollari l’anno. Noi, invece, spendiamo 13 miliardi di euro per l’intero sistema universitario. Questo esclude la possibilità che l’Italia si piazzi nella fascia dell’eccellenza, in quella intermedia, però, abbiamo buone chance e reggiamo il confronto».
Quali sono gli esempi di qualità?
«Un rapporto commissionato dal governo inglese documenta il fatto che i ricercatori italiani sono terzi tra i Paesi del G-8 per produttività pro-capite, seguono dopo inglesi e canadesi, il che vuole dire che i nostri ricercatori lavorano in un sistema comunque in grado di favorire performances di livello. Inoltre, ogni anno partono dall’Italia circa 6 mila laureati: vanno nelle migliori università. Però, mi rammarico per chi se ne va non per libera scelta e costretto ad andarsene per gli stipendi da fame o per la mancanza di strutture, dopo che a noi la preparazione di ognuno è costata almeno 500 mila euro. L’altro rammarico è che da noi arrivano poche unità. La bilancia commerciale dei cervelli, per usare una metafora economica, è in perdita».
I cervelli che sono rientrati, grazie alla legge che favoriva il ritorno in patria degli italiani emigrati, che fine faranno? L’Italia dopo avere speso per farli tornare non ha i soldi per farli lavorare.
«I fondi ci sono, la situazione si risolverà. Dopo averli fatti tornare non possiamo sbattergli la porta in faccia. Però, ripeto, il problema è anche quello di trattenere quelli che partono, evitare l’emorragia di studiosi che se ne vanno perché non gli offriamo il necessario. La verità è che perdiamo seimila ricercatori l’anno e poi ci affanniamo per recuperarne una decina. E’ sbagliato il sistema».
Le lobby che controllano le cattedre si muovono sulla spinta di interessi precisi. Dietro le nomine non c’è più l’interesse del maestro per l’allievo bravo e intelligente. Ci sono, invece, i primariati, le parcelle d’oro per gli incarichi esterni, le super consulenze per imprese e istituzioni. E ci sono i legami con il mondo della politica. Ma qual è il ruolo dei docenti?
«Occorre separare più nettamente il tempo pieno da quello parziale, oggi è tutto molto blando. Dovranno fare una scelta. Finora è stato tutto molto sfumato. Inoltre, è del tutto evidente, che nel caso del tempo pieno, le consulenze e i contratti dovranno passare attraverso l’università. Qualche norma in questo senso esiste già, ma occorre renderla più esigibile».
L’università è vecchia. Più della metà degli ordinari ha un’età compresa tra i 55 e i 65 anni. In che modo sarà regolato il ricambio?
«L’ho detto parlando dei concorsi, voglio cambiare la struttura surreale del corpo docente e ridurre rapidamente l’età media. In Italia abbiamo il corpo docente più vecchio del mondo, occorre riaprire le porte ai giovani e ricreare il flusso normale del rinnovamento. In Finanziaria le prime poste di bilancio sono state messe: 20 milioni di euro per quest’anno, 40 per il prossimo e 80 per l’anno seguente. Cifre che riguardano le assunzioni per l’università, nel triennio. A questo si aggiungono 37,5 milioni di euro per il biennio, destinati alle assunzioni per gli enti di ricerca. Complessivamente parliamo di 4 mila nuovi ricercatori. Ma il mio obiettivo è quello di arrivare a 9-10 mila nuovi ricercatori da assumere nel prossimo triennio».
Lei una volta ha detto che sono falliti i sistemi per rendere trasparenti i concorsi. L’Agenzia della valutazione, invece, a suo parere servirebbe a sradicare il malcostume perché lo renderebbe improduttivo. A un ateneo non converrebbe più mandare in cattedra il parente o l’amico del barone di turno. E’ così?
«Sì. Intanto, anticipo che il provvedimento per l’Agenzia di valutazione andrà in Consiglio dei ministri giovedì prossimo. Rovescerà la logica del governo del sistema universitario, non più centrato sul controllo delle procedure ma sul controllo dei risultati. Il controllo sarà affidato ad un organo terzo, svincolato dagli atenei e dal potere politico. Inoltre, dai risultati dipenderanno anche i finanziamenti da assegnare alle università. Quote crescenti di fondi saranno date in rapporto ai risultati ottenuti. Ecco perché mandare in cattedra un raccomandato potrebbe essere molto rischioso».
Insomma, il sistema è sfuggito al controllo
«Per questo con la Finanziaria ho studiato il “pacchetto serietà”, con cui blocco la proliferazione delle sedi, la proliferazione degli atenei telematici, il fenomeno delle lauree facili in convenzione. Mentre con il decreto sulle classi di laurea, varato la scorsa settimana, blocco la frammentazione dei corsi e degli esami. Sono queste le precondizioni per restituire governabilità e qualità al sistema. Certo, resta il problema dei fondi. Ma è necessario uno scatto altrimenti rischiamo grosso. All’università destiniamo solo lo 0,88% del Pil e alla ricerca solo l’1,1%, così siamo lontanissimi dalle medie europee e a distanze siderali dagli obiettivi di Lisbona, che fissa, rispettivamente, nel 2 e nel 3% i livelli minimi da assegnare».