Finirà con ogni probabilità sul registro degli indagati della procura di Roma il nome di Antonio De Ciesco, l’uomo che dice di essere stato il marito della pornostar Moana Pozzi, morta in Francia, a Lione, il 15 settembre del 1994. De Ciesco, che sta per pubblicare un libro sul suo rapporto personale con l’attrice, ha dichiarato in un’intervista uscita ieri su il Messaggero di averne provocato la morte. Secondo il suo racconto, fu la stessa Moana Pozzi, ormai malata di cancro al fegato allo stadio terminale, a chiedergli «di mettere fine alle sue sofferenze» e lui avrebbe eseguito facendo entrare aria nella flebo alla quale la sua compagna era attaccata. Per il momento il procuratore di Roma Giovanni Ferrara sta esaminando l’intervista in questione. Deciderà se aprire un fascicolo (e quasi certamente lo farà, stando a quanto si è appreso) dopo la pubblicazione del memoriale. Il magistrato ha già fatto sapere che il reato ipotizzabile contro De Ciesco è «omicidio del consenziente» , lo stesso che è stato contestato all’anestesista Mario Riccio per la morte di Piergiorgio Welby. Una riunione, svoltasi nella mattinata di ieri negli uffici giudiziari di piazzale Clodio, ha permesso di superare alcune perplessità collegate al principio di competenza territoriale: il reato sarebbe stato infatti commesso fuori dai confini nazionali e, quindi, fuori dalla giurisdizione della procura della Capitale, almeno geograficamente. Ma alla fine tra i magistrati presenti al vertice di ieri è prevalsa la tesi di procedere ugualmente, in base alle norme che consentono di perseguire le violazioni di reati previsti dal nostro codice penale, anche qualora vengano compiuti da cittadini italiani che si trovino all’ estero.
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