Mamme donano il cordone ombelicale e a Matera ne buttano via cinquecento

di Carlo Vulpio
MATERA — Erano cinquecento, erano giovani e forti, e sono morti. Cinquecento unità di sangue placentare estratto dal cordone ombelicale al momento del parto, il sangue dal quale si ricavano le cellule staminali per curare i malati di leucemia, di anemia mediterranea e di tutte le altre malattie del sangue, sono finiti nella spazzatura. O nel water, come giura qualcuno. Ufficialmente, secondo il “certificato di morte” redatto dal responsabile dell’unita di Medicina legale dell’ospedale Madonna delle Grazie di Matera, Aldo Di Fazio, «il materiale» (cioè le 500 unità di sangue cordonale) «è stato dismesso a causa di avarie dei contenitori-congelatori». In realtà — sta cercando di appurarlo la procura di Catanzaro, poichè la vicenda rientra nell’inchiesta sul presunto “comitato d’affari” che comanda in Basilicata le cose potrebbero essere andate molto diversamente.

In entrambi i casi, sarebbe uno scandalo. Non solo per il valore commerciale (1,2 milioni di euro, secondo il Sole 24 Ore) dei 500 «cordoni ombelicali» congelati in quella che una volta era la “banca delle staminali”, vanto dell’ospedale lucano e di tutta la Sanità del Centro-Sud. Ma soprattutto perchè con quelle cellule oltre a poter curare e salvare altrettanti bambini talassemici, più numerosi proprio nelle regioni ioniche (e in Sardegna), si sarebbero evitate atroci sofferenze anche ai nascituri: cellule staminali, invece che trasfusioni continue o trapianti di midollo osseo. Invece un giorno accade che Michela Lamarra, 35 anni, madre di un figlio e intenzionata a farne un secondo, va in ospedale per assicurarsi che il proprio sangue cordonale sia nella «banca» in cui l’ha depositato in previsione di una seconda gravidanza. Le dicono che «il materiale» è al centro immunotrasfusionale. Qui, le rispondono di non saperne nulla. Allora Michela va da Vito Nicola Gaudiano, il direttore sanitario. Il quale — indagato a Catanzaro per aver fatto carriera, sostiene l’accusa, grazie a una serie di delibere della giunta guidata dall’ex governatore, ora sottosegretario allo Sviluppo, Filippo Bubbico (Ds) le dice che hanno buttato via tutto perchè non potevano più conservare «il materiale». Il motivo non è subito chiaro. Forse “l’avaria meccanica”, forse il costo dell’ibernazione (35 mila euro l’anno), o forse la volontà di chiudere definitivamente un capitolo molto imbarazzante di questa storia. Capitolo che si chiama Carlo Gaudiano, ematologo, stesso cognome del direttore sanitario ma nessuna parentela, e soprattutto fondatore della “banca delle staminali” dell’ospedale materano, che già nel 1993 collaborava con l’ospedale Maggiore di Milano in ricerche e terapie d’avanguardia. Ma a un certo punto Carlo Gaudiano è stato fatto fuori. E’ accaduto -Gaudiano lo ha detto sia ai magistrati lucani (che hanno archiviato), sia al pm di Catanzaro, Luigi de Magistris (che ha riaperto le indagini)- quando la giunta Bubbico ha deciso di incoronare l’altro Gaudiano, Vito Nicola, «facendolo diventare primario di un fantomatico centro trapianti, mentre in Basilicata non si eseguono trapianti, e poi direttore sanitario». Un premio, secondo l’ipotesi accusatoria, per l’abnegazione dimostrata dal Gaudiano Vito Nicola, nel frattempo diventato anche presidente provinciale dell’Ordine dei medici, nelle campagne elettorali pro-Bubbico. Anzi “per Fiippo”, come il direttore sanitario chiama l’ex governatore. Con il nuovo primario, nonché direttore sanitario, nonchè presidente dell’Ordine, la vita dell’altro Gaudiano, Carlo l’ematologo, il ricercatore, insomma «il fesso idealista» che lavora dodici ore al giorno, cambia. E non certo in meglio. “Mi tolgono tutto, non solo la banca delle staminali -racconta Carlo Gaudiano- . E non mi fanno più lavorare. Infatti mi pagano per non far nulla, e io per questa ragione mi sono autodenunciato alla Corte dei conti”. Ma le cinquecento unità di sangue cordonale? «Quella dell’avaria meccanica dei contenitori è una ipotesi ridicola -dice l’ematologo-. Le cellule staminali erano conservate nell’azoto liquido, dentro quattro contenitori. A mano a mano che l’azoto evapora l’elettrovalvola riempie il contenitore con altro azoto. E se c’è un guasto, il riempimento si fa manualmente». Carlo Gaudiano si è anche rivolto alla magistratura. Il giudice del lavoro sono sei anni che ha in mano il suo caso. Il giudice amministrativo, cinque. Quello penale, invece, è stato più lesto. Ma nell’archiviare. Gaudiano però non si è arreso. Ha raccontato tutto al «compagno Nichi Vendola» (era nello stesso partito), quando era membro della commissione Antimafia e poi quando è stato eletto governatore di Puglia. E ha scritto un’appassionata e circostanziata lettera al “collega e compagno” Ignazio Marino (Ds), presidente della commissione Sanità del Senato. Nulla. Uno non gli ha nemmeno risposto (Marino), l’altro (Vendola) gli ha detto che mica poteva impegnarsi «da solo». E allora Gaudiano si è offerto, gratis, all’Albania, dove ogni mese, a Valona, cura la sua nuova “banca di staminali”. Sono già sei i bambini albanesi strappati alla talassemia. «Meglio Berisha di Bubbico dice Carlo Gaudiano —. Siamo stati innovatori a livello mondiale con le staminali, al punto da poter prevenire anche l’aborto, e senza mire economiche. Ma la malapolitica non vuole il bene della gente».