La notizia della riapertura del caso gli arriva mentre sta per inforcare la bicicletta e raggiungere come fa ogni giorno l’ospedale di Cremona: c’è il turno di notte in corsia che lo attende. Era di guardia, il dottor Riccio, anche la notte in cui l’Ordine dei medici della sua città al termine di una seduta fiume, stabilì che il «distacco della spina» a Welby non rappresentò alcuna procedura di eutanasia nè di scorretta prassi medica. «E io sono convinto ancora oggi di aver agito nel rispetto della legge — dice Riccio —, anche se la decisione del gip di Roma mi ha sorpreso abbastanza. Oltre all’Ordine dei medici, anche il tribunale civile di Roma, la procura e numerosi esperti di bioetica si erano pronunciati a mio favore. Pensavo onestamente che il caso fosse chiuso…»
E’ riuscito a spiegarsi il perché di questa improvvisa virata? «Le motivazioni non le conosco, ma in tutta onestà credo si tratti di una decisione tecnica da parte del giudice che non è convinto fino in fondo. Va bene lo stesso: se questo serve ad analizzare ulteriormente la questione, a mettere dei punti fermi su un tema tanto delicato, sono pronto a presentarmi dal giudice e spiegare quel che è successo. L’ho fatto anche poche settimane fa alla Camera dei deputati».
Che cosa le hanno chiesto a Montecitorio? «Siamo comparsi io e Mina Welby davanti alle commissioni affari sociali e giustizia. Da parte mia ho ripetuto quel che avevo già detto all’Ordine dei medici e quel che sono pronto a ribadire al giudice: un malato, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, mi ha chiesto di interrompere delle cure e io l’ho fatto. Abbiamo agito nel solco della legalità».
Ritiene che il clima che si è creato attorno al caso renderà più difficile la nascita di una legge che regoli la sorte dei malati terminali? «Guardate che non serve proprio nessuna legge, almeno per il caso Welby: il diritto del paziente a rinunciare a una terapia, a respingere delle cure è già scritto nella nostra Costituzione ed è ribadito dal codice deontologico dei medici. Se poi si parla del testamento biologico, in questo momento posso soltanto dire che è un tema da affrontare senza che nessuno venga influenzato».
Come è cambiata la sua vita dopo il clamore che l’ha investita? «Non è cambiata affatto. Lavoro esattamente come prima, non penso che mi capiteranno altri casi come quello di Welby. Dico no ogni tanto a qualche intervista televisiva, partecipo volentieri a incontri di approfondimento. Come sempre, del resto: sono almeno 15 anni che sto studiando i temi legati alla bioetica».
«Sono sorpreso, sembrava tutto chiarito. Ma se serve, ritornerò dal giudice»
di Claudio Del Frate
CREMONA — «Sono già stato a Roma più di una volta per via del caso Welby. Se serve a chiarire ulteriormente quello che è successo e ad approfondire una questione così importante, sono pronto a tornarci»: la doccia scozzese di accuse, assoluzioni, critiche feroci e attestati di stima non ha cambiato la vita di Mario Riccio, l’anestesista che staccò il respiratore di Piergiorgio Welby, ora indagato formalmente per la morte di quest’ultimo.