Ha 14 anni, è incinta ma non ha osato, se non a 23 settimane, di confessarlo. Aveva subito violenza sessuale. Si è presentata spontaneamente in un ospedale del Nord chiedendo di abortire. Se dovesse passare la proposta, fatta da più parti, di limitare a 22 settimane di gestazione la possibilità di praticare l’aborto terapeutico, non le resterebbe che andare all’estero o continuare gravidanza, subendo un trauma psichico, e poi dare magari il bambino in adozione.
Una soluzione che per i cattolici, e non solo, è l’unica accettabile, ma non corrisponde allo spirito con cui, nel 1978, fu approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, tesa a salvaguardare il benessere fisico e psicologico della donna. Un caso limite quello della ragazzina. «La maggior parte degli aborti terapeutici riguarda gravidanze desiderate, di cui si chiede l’interruzione perché le indagini prenatali individuano gravi malformazioni, ritenute insostenibili da gestire» dice Michele Grandolfo dell’Istituto superiore di sanità, autore dell’ultimo rapporto sull’aborto in Italia. Se oggi se ne discute è perché all’Ospedale Careggi di Firenze un feto abortito alla 22a settimana di gestazione (con sospetta malformazione poi rivelatasi inesistente) è nato vivo ed stato rianimato, per poi morire sei giorni dopo. «Una rianimazione che è un nonsenso dal punto di vista del la medicina» afferma Maria Serenella Pignotti, neonatologa dell’ospedale Meyer di Firenze e promotrice della Carta di Firenze, proposta di linee guida per evitare l’accanimento terapeutico nei feti nati tra la 22a e la 23a settimana. «La possibilità di sopravvivenza in questa fase della gestazione è zero, come dimostrano molti studi tra cui l’Epicure, che ha preso in considerazione dati raccolti in tutta Europa». Ventidue, 23, 24: in realtà porre limiti per legge è praticamente impossibile; e infatti la 194 non ha stabilito una finestra temporale per l’aborto terapeutico, proprio perché la persona da tutelare è la donna, nella sua integrità fisica e psichica, che può essere compromessa dalla nascita di un bambino con gravi anomalie, e non il feto. Tanto è vero che nella maggior parte dei paesi europei l’opportunità dell’intervento è valutata caso per caso, senza limiti legati alla settimana di gestazione. «Lo spirito della legge è chiaro. Qualsiasi altra considerazione di tipo etico o politico è strumentale. Lo ha confermato anche la Corte costituzionale, rifiutando un referendum abrogativo proposto anni fa dal Movimento per la vita con la motivazione che il nascituro persona ancora non è, e che quindi ogni attenzione del medico va posta principalmente alla salute della donna» sostiene Giovanni Monni, ginecologo e presidente dell’Aogoi (Associazione ginecologi ospedalieri italiani). «Chi non è d’accordo può fare obiezione di coscienza, altrimenti deve attenersi allo spirito di questa che non è una cattiva legge. Detto ciò, ogni proposta di un tempo massimo entro cui praticare l’aborto terapeutico è inutile». In Italia il numero degli aborti è in continuo calo (nel 2005 sono stati circa 130 mila, il 6,2 per cento in meno del 2004 e quasi la metà rispetto al 1982): quelli terapeutici sono il 2,6 per cento del totale. «Nel corso degli anni lo sviluppo della procreazione responsabile ha fatto diminuire gli aborti entro la 12a settimana di gestazione. Tendono invece ad aumentare quelli terapeutici per ché cresce l’offerta delle indagini prenatali e l’età media della donna che fa figli: le ultra trentacinquenni spiega Grandolfo. «E le indagini prenatali sono sempre a rischio di falsi positivi e falsi negativi. Non esistono test diagnostici sensibili e specifici al l00 per cento, il margine di errore non è eliminabile. Più rara è la condizione che il test dovrebbe rilevare, più alto è il rischio di falso positivo», A fronte di questa ossessione per i test vi è il fatto che alla paziente non viene spiegato con chiarezza il significato dei risultati. «Come può una donna ragionare in termini di probabilità tipo uno su 800 per fare una scelta ponderata? Bisognerebbe invece accompagnarla in questo percorso, dovrebbero esserle fornite informazioni comprensibili» raccomanda Anita Regalia, ginecologa al San Gerardo di Monza. Nel caso della donna che ha abortito al Careggi sembra essere stato questo il punto debole. «Se la diagnosi prenatale segnala una malformazione, occorre darle il giusto peso. Se è un’anomalia minore, il medico può valutare quando dirglielo e solo dopo una con- ferma diagnostica. Certo dicendoglielo subito è lui che si tutela» continua Regalia. «Storie come quella di Firenze fanno pensare a una strumentalizzazione di tipo politico, coerente con il clima favorevole alla revisione della 194 che si respira oggi in Italia» sostiene Susanna Camusso, sindacalista della Cgil Lombardia, femminista storica e animatrice del gruppo Usciamo dal silenzio che ha riportato in vita la discussione sull’autodeterminazione delle donne. «Senza però negare che tutto il contesto di accompagnamento sociale, culturale e anche professionale all’atto dell’aborto, un tempo effettuato dai consultori familiari, è stato cancellato o, peggio, lasciato nelle mani di chi colpevolizza la donna che chiede di abortire». Un clima che rende complesso anche il dibattito sul tipo di assistenza da fornire al feto che nasce vivo ma non necessariamente «vitale», come tiene a precisare Maria Letizia Caccamo, neonatologa dell’Ospedale Sant’Anna di Como. «Io assisto in modo adeguato alle condizioni del feto: se non ha possibilità di vivere, perché sottoporlo a terapie eroiche e invasive? O accanirsi se ha una malformazione incompatibile con la vita, come può essere un bambino che nasce anencefalo, ma con un cuore che batte? Ci si limita a evitare che provi dolore o disagio, fornendo un’assistenza rispettosa dei suoi bisogni, come dargli ossigeno, tenerlo al caldo, eventualmente nutrirlo. La valutazione della probabilità di sopravvivenza di un feto è un atto di responsabilità del medico che deve decidere in base alla propria esperienza e ai dati scientifici disponibili». Chiedere ai genitori che scelgono l’aborto terapeutico di firmare un consenso informato, come al San Camillo di Roma, in cui rinunciano a cure intensive su un feto vitale può risolvere il dilemma etico del me dico posto di fronte a una decisione così difficile? Sino a che punto questa deve essere vincolata alla scelta dei genitori? Se è vero che spetta al medico valutare se esiste una possibilità di sopravvivenza e decidere il da farsi, con il consenso informato l’ultima parola spetta ai genitori e il medico dovrebbe tenerne conto, qualora la legge lo sancisse. Secondo dati rilevati dal l’Aogoi, il 98-99 per cento delle donne portatrici di feti gravemente malformati (per esempio con anencefalia) o con gravi difetti genetici o cromosomici (sindrome di Down, fibrosi cistica, talassemia, sindrome di Duchenne) interrompe la gravidanza; se può in Italia, oppure all’estero, dove si va anche per fare la diagnosi preimpianto, vietata dalla legge 40 sulla procreazione assistita. Diagnosi che consente, con la fecondazione in vitro, di evitare di impiantare in utero un embrione malato, selezionando quelli sani. «Persino nei paesi dove l’aborto è vietato, come molti stati del Sud America, tale pratica è consentita in quanto permette alle famiglie a rischio di malattie ereditarie di evitare il ricorso all’aborto terapeutico a gravidanza avanzata» conferma Monni. Un’indagine del servizio sanitario di Inghilterra e Galles, relativa al 2004, rivela inaspettatamente che, subito dopo le irlandesi (che non possono abortire legalmente nel loro paese), sono le italiane a chiedere aborti terapeutici nelle cliniche di Londra e dintorni. Fenomeno che, più che una revisione della legge, indica la necessità di una riorganizzazione di tutto il servizio di assistenza all’aborto, al quale, negli anni, sono state tolte risorse umane ed economiche.