Piano con le cure palliative se no la dolce morte non sarà competitiva

di Eugenia Roccella
I nuovi diritti, installandosi nella vita quotidiana, modificano velocemente il linguaggio, la cultura, la sensibilità pubblica, le regole del bon ton. Mai più battute corrive su donne e omosessuali, genere Andreotti o Berlusconi. Nelle trasmissioni televisive ti accorgi della paralisi che afferra alcuni quando avvertono che nella foga del discorso scappa un termine messo al bando. La definizione considerata offensiva muore in un gorgoglio imbarazzato, nello sguardo perduto di chi si sente colto in flagrante peccato di arretratezza semantica. Solo un outsider culturale come Vittorio Sgarbi ha ancora la spavalderia di affermare che nei confronti dell’omosessualità “non bisogna abbassare la guardia”, facendo uscire dai gangheri Cecchi Paone, mentre Camillo Langone ha alzato un’ode ai giorni pre-disegno di legge Mastella, giorni spensierati in cui si poteva dire donne e motori gioie e dolori. E però la semiotica perbenista a cui da tempo siamo abituati non riesce a moralizzare le pulsioni profonde che si agitano in recessi remoti, laddove gli spiriti animali dell’uomo arcaico ancora suggeriscono al cervello battu- tacce che la bocca non osa più pronunciare. Il problema è l’eccezionalismo italiano, e si vede che da noi c’è la chiesa che colonizza le coscienze e forse pure l’inconscio; vuoi mettere in Svezia (gli svedesi sono morti che camminano, ha urlato Sgarbi a Cecchi Paone che ne vantava la civiltà). O magari in Olanda. Lì sì che sono andati avanti, e hanno creato una nuova sensibilità davvero, non solo la versione di facciata che ne abbiamo noi. Se in Italia ancora qualcuno è capace di ridere a una battuta sguaiata, lì non più, sono riusciti a sradicare ogni scorretto senso dell’umorismo, e pure il senso comune.

Grazie a questo riallineamento culturale nessuno ha sgranato gli occhi né ha fatto un commento appena scomposto di fronte all’ultima uscita pubblica di Mark Rutte, capogruppo parlamentare del Vvd, il partito liberale olandese. A Rutte è venuto un dubbio grave, un dubbio etico: è giusto promuovere le cure palliative, ma il risultato non sarà una diminuzione dell’eutanasia? Non accadrà che di fronte a un eccesso di offerta terapeutica, l’eutanasia si trasformi in un’opzione non competitiva? Se il ricorso alla “dolce morte”, che è già percentualmente limitato, crollasse, vorrebbe dire che non c’è più libera scelta. In una società autenticamente liberale, l’eutanasia deve rimanere un’alternativa praticabile e opportunamente bilanciata. Altrimenti ci sarebbe una sorta di alterazione del libero mercato, una concorrenza truccata tra le varie offerte di fine vita. Ma Rutte non si è fermato qui. La sua riflessione lo ha condotto, per analogia, a denunciare un rischio simile anche per l’aborto. La possibilità di dare i bambini in adozione, che il governo olandese vorrebbe incoraggiare, non finirà per ripercuotersi sul ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza? Aborto ed eutanasia non devono diminuire, sarebbe una sconfitta per una nazione civile: che fine farebbe la libera scelta? Nel paese del protocollo di Groningen, dove i neonati disabili possono essere eliminati, il rispetto rigoroso della libertà del singolo ha però strani esiti.

Già in un articolo pubblicato nel ’93 sulla rivista Bioetica, l’esperto olandese Harry Kuitert ha precisato che si può parlare correttamente di eutanasia solo se un medico “pone fine alla vita di un malato terminale dietro sua richiesta”. Ma nello stesso testo si ammette come, in un anno, ben mille pazienti su duemilatrecento siano stati addormentati definitivamente senza aver espresso alcun consenso. Lo studioso spiega che si tratta di “normale pratica professionale”, ma è evidente il paradosso di una pratica fondata sulla libera scelta che viene applicata a chi non ha scelta. I paradossi italiani sono meno clamorosi, per adesso si limitano a qualche piccola insensatezza che i giornalisti non sottolineano. Come le preoccupazioni sulla possibilità che il malato che vuole l’eutanasia possa morire prima del fatidico momento, quello liberamente scelto. Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa i radicali lanciavano un allarme: perché un medico potesse dare corso alla richiesta di sedazione terminale bisognava far uscire Giovanni Nuvoli dall’ospedale di Sassari in cui è ancora oggi ricoverato e portarlo a casa, ma c’era il rischio che morisse durante il trasporto. Qualche lettore italiano, perplesso, si sarà chiesto dov’è la differenza; il liberale Rutte avrebbe potuto illuminarlo.