“L’interruzione della ventilazione meccanica realizzava la volontà di Piergiorgio Welby in esplicazione di un diritto a quegli spettante che trova la sua fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall’ordinamento italiano, ribadito inoltre in fonte di grado secondario quale il codice di deontologia medica”. Non facciamoci spaventare dall’arida pomposità del linguaggio giuridico e cerchiamo di capire che cosa significano queste parole, proposte dai magistrati della procura di Roma che hanno accettato la richiesta di archiviazione nei confronti dell’anestesista Mario Riccio, indagato per aver staccato il tubo che permetteva a Welby di respirare dopo averlo sedato. Ebbene, quelle parole dicono una cosa molto importante: se il medico ha fatto quel che ha fatto «in esplicazione di un diritto» di Welby sancito addirittura nella Costituzione (oltre che dalle norme internazionali recepite dalla legge italiana) vuol dire che l’esistenza di un “diritto” di Piergiorgio Welby a chiedere che si ponesse fine alle sue sofferenze era (e non poteva non essere) del tutto evidente.
Tutti noi ricordiamo, invece, quanto questo diritto sia stato messo in dubbio nel corso della dolorosissima vicenda di Welby, e non solo dai sepolcri imbiancati che si sono precipitati, all’epoca, a chiedere l’incriminazione e «l’arresto» del dottor Riccio, ma anche da coloro che, sulla base delle proprie convinzioni religiose, hanno battuto per mesi sul tasto della «indisponibilità» della decisione sulla propria vita e sulla propria morte da parte del malato. I magistrati della Procura di Roma, appellandosi alla legge, hanno rimesso la questione sui piedi. E’ una buona notizia, anche per le tante persone che stanno vivendo, come Giovanni Nuvoli, la stessa terribile esperienza di Piergiorgio Welby.