Due grandi laici, due maestri di democrazia, denunciavano l’invadenza della Chiesa in Italia rispettivamente nel 1930 e nel 1950. E’ sconfortante vedere come all’inizio del XXI secolo la situazione si ripresenti caratterizzata da una ondata di fondamentalismo cattolico che condiziona pesantemente la società italiana.
La timidezza – per usare un eufemismo – con cui le forze politiche del centro sinistra rispondono alla crescente invadenza delle gerarchie ecclesiastiche nella sfera dei diritti individuali e dello Stato nasce dal timore di inimicarsi le simpatie (e di perdere i voti) dei cattolici. Ma sono davvero tanti i cattolici “obbedenti”, ed è ancora così forte la presa della Chiesa sui credenti?
Non sembra proprio, almeno a giudicare dai dati dello ”Osservatorio sulla secolarizzazione”, curato da due anni dalla fondazione “Critica Liberale”; tanto più che essi non vengono da sondaggi, sempre opinabili, ma da fonti ufficiali: ISTAT, Ministeri della Pubblica Istruzione e della Salute, Conferenza Episcopale Italiana, annuario statistico della Chiesa.
Cito solo alcuni dei dati più significativi. I battesimi (percentuale sui nati vivi nell’anno di riferimento): 1991: 89,93%; 2003: 80,69%. Le prime comunioni (dato per mille cattolici): 1991: 9.93; 2003: 8,52. Le cresime (per mille cattolici): 1991: 11,07; 2003: 8,65. Gli iscritti alle scuole cattoliche, rispetto al totale degli iscritti in tutte le scuole italiane: 1991, 9,1%; 2003, 6,9%. I matrimoni (% matrimoni civili sul totale): 1991: 17,47; 2003: 28,54. I divorzi:
1991: 23.015; 2003: 43.856. Gli aborti: 1991: 155.399; 2002: 123.792. L’uso degli anticoncenzionali orali (donne in età fertile): 1991: 10%; 2003: 19%. Letti insieme, questi due ultimi dati sono la prova del “circuito virtuoso” tra aumento del ricorso agli anticoncezionali e diminuzione del numero degli aborti (e pensare che Papa Wojtyla diffidava i farmacisti dal vendere i profilattici!). E sono anche la spia di uno dei casi più diffusi di dissociazione di molti cattolici, anche praticanti, dagli anacronistici veti della Chiesa. Un ultimo dato merita particolare attenzione, dato il duro confronto sui DICO: le unioni di fatto passano dalle 207.000 del 1993 alle 544.000 del 2002; ma la stima più recente è di 700.000.
Qual’è l’atteggiamento della maggioranza dei cattolici rispetto ai “non possumus” della Chiesa? Molto critico nei maggiori paesi europei, ma anche, sia pure in misura più ridotta, in Italia. André Glucksmann ha scritto di recente che l’82% dei britannici ritiene che la religione faccia più male che bene e che in Francia il numero dei cattolici dichiarati diminuisce del 25% in 15 anni, e, di questi, meno di 1 su 20 è praticante regolare”. Altrettanto interessante il sondaggio di “Eurobarometro”, reso noto il 20 dicembre scorso: il 63% degli italiani – dice l’Istituto di ricerche della CEE – ritiene che sui temi della bioetica la religione sia troppo invasiva: un dato che trova riscontro, secondo la Swg, nel 53% dei cattolici italiani che definiscono “non corretti” gli interventi della Chiesa sul potere politico italiano riguardo all’eutanasia ed agli altri temi eticamente sensibili.
Perché allora questa vasta maggioranza di italiani favorevole a soluzioni più avanzate in materia di diritti civili non trova espressione nelle forze politiche e nel Parlamento?. Una spiegazione è quella che ha dato il 7 febbraio Ezio Mauro su “Repubblica”: “La destra, incapace da più di un decennio di far nascere un nuovo sistema culturale che dia un codice moderno ed europeo a moderati e conservatori, si accontenta della prassi di potere e di consenso berlusconiana e prende a prestito le idee forti, che non ha, nel deposito di tradizione della Chiesa italiana. La destra cerca un pensiero, la Chiesa cerca la forza e in questo incontro inedito la Chiesa corre il rischio mondano di diventare parte, se non addirittura un soggetto politico diretto, e si amputa a sinistra la cultura politica cattolica, per la prima volta nella storia della Repubblica”. Nel centro sinistra, d’altra parte, si fanno sentire il condizionamento degli ex democristiani e la preoccupazione dei DS di non urtare la loro suscettibilità. Di qui l’importanza del ruolo che possono svolgere i laici, con una alleanza trasversale che dia voce, sui diritti civili, alla maggioranza reale degli italiani, laici e cattolici non integralisti.
L’Associazione Luca Coscioni ha dimostrato, già durante la battaglia di e per Pier Giorgio Welby, di saper mettere insieme esponenti politici ed intellettuali di diverse tendenze politiche. Ed ha confermato questa sua capacità il 20 febbraio, in occasione del primo anniversario della morte di Luca Coscioni e della prima giornata nazionale per la libertà della ricerca, mettendo attorno ad un tavolo esponenti dei DS, della diaspora socialista, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale.
Il mio auspicio è che l’Associazione assuma stabilmente questo ruolo, anche dando vita ad una associazione culturale – e se possibile ad un organo di stampa – che abbiano come unico obiettivo quello di nuove conquiste nel vasto territorio dei diritti civili, mobilitando in queste battaglie tutti i laici ed i progressisti, al di là e al di fuori delle rispettive militanze politiche.