Si sta cercando di svuotare del suo valore culturale ed etico un tema dolorosamente serio, trasformandolo in una becera diatriba ideologica da dare in pasto all’incivile pratica massmediatica dello scontro tra comari. Così, ancora una volta, per tutti coloro che hanno assistito un parente o un amico malato terminale e per quella stragrande maggioranza del paese che e ben più matura di chi li rappresenta e li governa, si profila il rischio di non vedersi riconosciuto un diritto costituzionale e di non potere accedere a un livello di qualità dell’assistenza nelle fasi terminali della vita che oggi è alla portata dei cittadini che vivono nei paesi occidentali democratica mente più avanzati.
Alcune reazioni alla lettera di Welby e alla risposta del presidente della Repubblica sono davvero squallide e infamanti. Tipiche di chi non ha argomenti culturali o non e all’altezza del compito che dovrebbe svolgere. Mi riferisco alle reazioni di taluni politici, secondo i quali il radicale Welby sarebbe oggetto di una strumentalizzazione politica, come è stato per Luca Coscioni, o che dicono che Welby non è ben assistito, che non è circondato dagli amici giusti… o ad dirittura che è depresso! Non che alla posizione di chi dice che non si deve discutere del l’argomento sull’onda delle emozioni.
Perché? Forse qualcuno riesce a vivere il dolore fisico e morale; l’avvicinarsi della morte propria o di un congiunto senza partecipazione emotiva? Chi non risponde emotivamente a situazioni che implicano tali reazioni, per la nostra storia evolutiva e per come siamo biologicamente fatti, di fatto è neurologicamente disturbato. A costoro vorrei solo dire; non tanto come copresidente dell’associazione Coscioni insieme al radicale Welby, quanto come studioso e docente di bioetica, che se alcuni anni fa ho cambiato opinione sulle questioni di etica di fine vita e stato proprio leggendo quello che hanno scritto e detto le persone come Welby, ma anche coloro che temevano di essere eutanasizzati mentre la loro volontà era di vivere fino al l’ultimo respiro anche le sofferenze.
Sono queste persone, insieme a uomini ben più noti che hanno affrontato gestito questi momenti, da Sigmund Freud al premio Nobel Peter Medawar per citare due giganti del Novecento che la pensavano diversamente, che mi hanno convinto della necessità di legalizzare un contesto di scelte problematiche, dove spesso si commettono abusi e dove le libertà personali sono più facilmente schiacciate. Ho cambiato idea verificando direttamente che vi e al altrettanto amore in chi chiede e organizza con i medici la sedazione terminale di un proprio caro, quanto in chi rispetta e tutela l’attaccamento alla vita biologica di una persona nelle stesse condizioni. Mentre chiunque obblighi una persona in condizioni terminali a vivere o morire contro la sua volontà è obiettivamente prigioniero di una cattiveria patologica. Spesso purtroppo travestita con altisonanti sproloqui moraleggianti.