E niente retorica giovanilista, per carità, anche se il problema esiste ed è legato all’assenza di mobilità sociale. Marco Cappato ha 35 anni, è segretario dell’associazione Luca Coscioni, deputato europeo nei Liberali Democratici Europei e componente della Segreteria nazionale della Rosa nel Pugno. Perché si occupa di politica? “Per il privilegio di lavorare per le cose in cui credi. Che è un privilegio e anche una difficoltà”. E qual è il tuo obiettivo? “Un anno fa ti avrei detto: Luca Coscioni in Parlamento”. Ma queste sono solo note a margine di una lunga conversazione ch’è diventata, forse, una summa del pensiero radicale nell’era dell’Unione al governo. A Marco Cappato chiediamo innanzitutto di tracciare un bilancio dei primi cento giorni (giorno più, giorno meno) di governo del Centrosinistra: “Si sono aperti spiragli su vari fronti della politica sui quali le prospettive di riforme liberali erano state chiuse. Siamo stati determinanti nella vittoria della coalizione di Prodi. In campagna elettorale dicevamo: noi vogliamo l’alternanza perché a partire dall’alternanza si può iniziare a costruire l’alternativa. L’alternanza è il cambio di maggioranza, l’alternativa è l’alternativa di sistema”.
Quanto sono profonde le spaccature nel Centrosinistra?
Le differenze sono molto grandi fra i vertici partitici, anche perché il sistema elettorale è fatto apposta per dare potere alle oligarchie partitiche con la logica proporzionale, dove ogni ricatto e ogni spaccatura è premiata. Se guardiamo all’elettorato, lì ci sono grandi margini per trovare vaste unità popolari, anche con una buona parte dell’elettorato di Centrodestra, su dei temi concreti. Ad esempio quando parliamo delle liberalizzazioni economiche, quando guardiamo alle libertà individuali in un paese che già nel ’74 s’era dimostrato più avanti della sua classe dirigente con i referendum…Credo che il vero discrimine sia proprio questo: c’è una grandissima rissosità dell’oligarchia politica, quando si riesce a parlare di temi concreti e di riforme si possono trovare grandissime unità nel paese. Questo è il punto sul quale vive o muore la maggioranza di governo.
La tua impressione sul tormentone dell’estate: la Grande Coalizione…
Credo che l’obiettivo del governo debba essere quello di rafforzare i propri consensi nel Paese e non di raccattare schegge e avanzi della partitocrazia italiana. Se poi come conseguenza di politiche forti e popolari ci fossero parti dell’opposizione che ritengono di dare un sostegno magari su dei temi specifici, per carità, però sarei assolutamente contrario a un disegno di scomposizione e ricomposizione della maggioranza alla faccia degli elettori.
E al Senato come si fa, si continua a governare a colpi di fiducia?
L’unica possibilità di bilanciare la debolezza numerica è la forza politica del consenso. Il Parlamento ha anche iniziative parlamentari, ci sono temi su cui si possono trovare maggioranze diverse, per esempio nella scorsa legislatura la legge 40 è stata approvata anche da un pezzo dell’opposizione, la Margherita, mentre adesso nulla vieta che la stessa legge 40 non venga smontata da buona parte della maggioranza e magari anche da un pezzo dell’opposizione. Certo, governare a colpi di fiducia non è un sicuramente un obiettivo perché diventa sintomo di debolezza politica.
La Rosa nel Pugno ha appena detto che si impegnerà perché nell’agenda politica ci sia a settembre come priorità la legge sulle coppie di fatto. Come vi comporterete per arginare le spinte cattoliche oltranziste che verranno dall’Unione e non solo?
Il primo obiettivo è quello di far sentire la voce dell’elettorato: cosa ne pensa la base elettorale di Prodi e cosa ne pensa sulle coppie di fatto l’altra metà dell’elettorato? Credo che ci sia, lo dicono anche i sondaggi, persino fra i cattolici una vasta maggioranza in favore di riforme laiche. Il nostro compito come Rosa nel Pugno è portare i temi dal chiuso delle aule dei compromessi parlamentari o ancora peggio dei compromessi di corridoio all’aperto del dibattito e del confronto con l’opinione pubblica. Il vero scoglio, più che le componenti clericali, è l’informazione, la comunicazione. Quando si apre un dibattito vero, con trasmissioni in prima serata di approfondimento, con campagne di informazione e di confronto, le riforme diventano inarrestabili. Su temi come il testamento biologico, la fecondazione assistita, la ricerca scientifica siamo sempre più isolati in Europa mentre la nostra opinione pubblica è profondamente europea, laica, tollerante. Facciamo la consultazione del popolo delle primarie e chiediamo cosa ne pensa su tutti i temi sui quali alcune componenti vogliono la paralisi: legge 40, fecondazione assistita e libertà di ricerca, droga, Pacs, eutanasia – il tabù dei tabù, il tabù dei partiti ma l’opinione pubblica è matura per riforme sull’eutanasia – ma anche le liberalizzazioni.
Hai accennato in termini critici alla responsabilità dell’informazione. A cosa ti riferisci?
Al potere mediatico del nostro Paese: la Rai lottizzata, Mediaset lottizzata tanto quanto la Rai, le grandi proprietà dei grandi quotidiani partitocratiche e nemici dell’informazione. Abbiamo il centro di ascolto per l’informazione radiotelevisiva: quando in un anno Bertinotti va a Porta a Porta 55 volte, Pannella ci va due e Bonino quattro… Prima dell’approvazione della legge 40 Vespa non dedicò neanche una puntata all’approvazione, poi al referendum lo slogan era ‘sulla vita non si vota’.
Lo scontro fra la rivendicazione della laicità dello Stato e l’influenza delle gerarchie vaticane è destinato a influire su tutte le questioni di coscienza che saranno affrontate? I Pacs, la fecondazione assistita, il testamento biologico… con quali effetti?
Lo scontro ci sarà sicuramente. Noi cerchiamo di realizzare legislazioni che concretamente si facciano carico dei problemi, il Vaticano vuole trasformare la legislazione in una trasposizione dei precetti e della dottrina. È chiaro che se continua questa volontà e se ci sono segni di aggressività lo scontro non potrà che esserci.
Prova a essere politicamente scorretto. Hai criticato un’intervista di Rutelli dicendo “Abbasso Togliatti, viva Zapatero”. Quali sono i personaggi che creano problemi dal punto di vista delle idee radicali? Non ci sarà solo Rutelli…
Ci sono quelli che alzano la voce di più e quelli che alzano la voce di meno. Ci sono quelli che hanno un ruolo, di fare da megafono alle posizioni vaticane – c’è Binetti, Bobba, dall’altra parte ci sono i Volontè, Buttiglione, Giovanardi, Pedrizzi – ma il problema non è fare polemica con questo o quell’esponente. Il problema noi lo poniamo a Prodi. Il problema è del governo del Paese e dei leader partitici. I nostri interlocutori sono Prodi, Fassino, anche Berlusconi, Fini. Noi non diamo per scontato che da destra debba arrivare sempre il muro proibizionista su tutto. Più che indicare dei nemici abbiamo l’urgenza di aprire il confronto su ciascun tema e trovare il massimo di amici. E poi la Binetti fa quello che deve fare. Credo che Fassino è segretario di un partito con una base che è, alla stragrandissima maggioranza o alla quasi all’unanimità, molto più d’accordo sulle nostre proposte di quanto concretamente Fassino si adoperi per trasformarle in riforme. Un discorso simile riguarda le libertà economiche dove riteniamo ci siano margini di consenso per affrontare le liberalizzazioni e la riforma della spesa pubblica. Ci sono delle frange di conservazione statalburocratica. Il nostro compito è cercare di realizzare quelle riforme che sono liberali e socialiste. In termini sociali l’assetto corporativo e burocratico dell’economia italiana va a vantaggio di poche categorie di privilegiati mentre il cittadino consumatore, il disoccupato, il precario, il non sindacalizzato sono vittime di questi assetti. La libertà individuale è condizione per la realizzazione di una maggiore equità sociale. Non sono due obiettivi in contraddizione. L’arroccamento sulla difesa di vantaggi corporativi o anacronistici, la pensione prima dei sessant’anni, la ipergaranzia del lavoro a tempo indeterminato come è fatta oggi, in realtà crea disoccupazione, lavoro nero, crea danni soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione.
Un momento: voi a difesa dei deboli più dei comunisti?
Credo che sarebbe un bel confronto da aprire. Oggi chi sono le vittime e chi sono coloro che si avvantaggiano degli assetti? A esempio, avere una spesa previdenziale ai livelli italiani significa che persone che possono ancora lavorare vanno in pensione e un lavoratore precario da call center non ha un minimo di garanzia sulla propria pensione.
La Rosa nel Pugno. L’impressione è che sia piena di spine, che sia partita con il favore della stampa e con un certo apprezzamento “radical-chic” anche da parte di chi non vi ha votato. Poi ci sono state le difficoltà di questa estate… è un progetto vincente o è destinato a fallire per logiche partitocratiche?
Ci sono molti nemici esterni a questo progetto a partire da chi, molto esplicitamente, per esempio D’Alema, non ha mai fatto mistero di considerare il Partito Democratico un progetto aperto ai socialisti dello Sdi e non ai radicali. Sicuramente anche all’interno della Rosa nel Pugno ci sono poi differenze di impostazione. Credo che abbiamo dimostrato che questo soggetto politico non era solo un cartello elettorale, abbiamo stabilito tappe di ripresa dell’attività comune. Avevamo preventivato un momento difficile nelle amministrative. Passato questo scoglio adesso abbiamo davanti un periodo dedicato al rilancio con l’iniziativa politica.
Cosa pensi del Partito Democratico e di quella che sembra un’agonia preventiva?
La stessa cosa che penso della Rosa nel Pugno: se tu fai un’operazione di vertice partitico fallisce, se la àncori a grandi confronti e iniziative su proposte politiche allora lo puoi fare. Noi siamo interessati, come Rosa nel Pugno abbiamo formalizzato il fatto che la storia liberale socialista laica radicale sono in qualche modo sinonimi, aspetti diversi di uno stesso modo di guardare la politica. Loro (il Partito Democratico, ndr) devono fare i conti, e non sanno come i fare i conti, con lo scoglio della laicità o meglio della traduzione pratica di cosa significa realizzare politiche laiche. Se fosse una riedizione del compromesso storico DC-PCI saremmo il primo avversario del Partito Democratico. Se fosse la nascita di un partito sul modello blairiano e zapateriano, di sinistra riformatrice e laica, siamo sicuramente uno dei motori del Partito Democratico.
Libertà di ricerca scientifica: quali sono le prossime iniziative dell’Associazione Luca Coscioni?
Due fronti: riaprire il confronto parlamentare sulla legge 40. In prospettiva, che cada il tabù dell’eutanasia.
Quanta prospettiva?
Per la battaglia sull’eutanasia è una questione di anni. Sulla legge 40, se si riesce a riaprire un dibattito che coinvolga l’opinione pubblica, non sarà difficile trovare una maggioranza per riformarla.
Tu hai inviato una lettera al “Foglio” chiedendo una tregua nella “Guerra Culturale” contro la libertà di ricerca scientifica e sulla pillola RU486…
Ti dicono che non va bene perché banalizza l’aborto. E poi ti dicono che uccide e fa malissimo. Si decidessero. Noi non abbiamo la presunzione di trasformare in bandiera politica un dato tecnico che dovrebbe essere rimesso alla libera scelta del medico e del paziente. Crediamo nella libertà e responsabilità dell’individuo. Non tifo perché una donna abortisca né che abortisca con la RU486. Ritengo che debba essere libera di scegliere. Loro sono in guerra, noi no.
Politica estera. I radicali hanno lanciato l’idea di “Israele nell’Unione Europea”. Può essere questa la soluzione alle guerre in Medio Oriente?
C’è una volontà di cancellazione dello Stato israeliano esplicitamente rivendicata dai leader di Paesi come l’Iran e la Siria. La difesa di Israele come paese che ospita l’uno per cento della popolazione di tutta l’area mediorientale attraverso lo strumento militare rischia di essere una difesa perdente. L’urgenza è di impedire l’allargamento del conflitto, che diventi un conflitto mondiale per la cancellazione dello Stato di Israele. Vediamo la possibilità di difendere Israele come parte di cinquecento milioni di europei e come testa di ponte della democrazia in Medio Oriente, adesione all’Unione europea che dovrà riguardare in prospettiva tutti gli stati democratici dell’area mediterranea. L’adesione di Israele all’Unione Europea è strumentale per il raggiungimento di una pace duratura. La prospettiva è di integrare l’area con istituzioni democratiche nell’Unione Europea. Se domani Israele presentasse domanda di adesione all’UE discuteremmo in un contesto diverso, non più di uno stato nazionale democratico isolato in un contesto di stati nazionali prevalentemente non democratici o anche fondamentalisti o anche terroristi ma avremmo il confronto fra un’Europa federale e la necessità di democratizzazione del Medio Oriente e dell’area del Mediterraneo.
La reazione di Israele a Hezbollah è stata sproporzionata?
La reazione di Israele non tanto a Hezbollah ma al contesto, più che sproporzionata, manca d’una componente che è la prospettiva politica. Cioè Israele non può illudersi di affidarsi soltanto allo strumento militare per la sua sicurezza di Stato nazionale. Chi valuta sproporzionata quella reazione non valuta il contesto, il fatto di paesi come l’Iran che vogliono cancellare lo Stato di Israele e che più di prima potrebbero farlo.
Se l’Italia davvero assumerà la missione Onu da inviare in Libano credi che ci saranno problemi con l’ala pacifista? Sarà gloria politica o si rischia di andare a finire in un pantano?
Rivendichiamo l’iniziativa per la pace. Se la parola pace non è usata in modo strumentale ma per la realizzazione della pace, noi chiediamo e invitiamo le organizzazioni, i leader, i movimenti delle bandiere della pace ad aderire alla nostra proposta di iniziativa non violenta nel Satyagraha mondiale per la pace (l’iniziativa lanciata nei giorni scorsi dal partito radicale transnazionale, ndr). La missione militare implica rischi tanto più grandi quanto più debole è la prospettiva politica che si dà a una soluzione militare. Su queste cose non c’è margine per trionfalismi o per fare i pavoni. Sarebbe disastroso per l’Europa se gli Stati europei si chiamassero fuori sia dalla soluzione militare che dalla soluzione politica. Riteniamo che oggi l’invio di una forza di pace sia necessario ma che è fondamentale affiancare all’iniziativa militare l’iniziativa politica e diplomatica. Altrimenti sarebbe un modo per far finta di non vedere che senza l’intervento della forza di pace c’è la continuazione di una guerra che rischia di estendersi oltre il problema della presenza militare di Hezbollah. I pacifisti cosa dicono quando Amadinejad dice che vuole la cancellazione di Israele e rifornisce di armi Hezbollah? Una risposta bisogna darla. Noi diciamo qualcosa di più: portiamo là i confini della nostra Europa.