«L’etica dei valdesi ha priorità diverse»

di Gabriele Ferraris
Al Sinodo s’accende la polemica sull’8 per mille

L’ecumenismo, certo. Il dialogo, certo. Ma di sicuro il papato di Ratzinger non è vissuto, dai valdesi, con eccessi d’entusiasmo. Non che mostrino troppi rimpianti per Wojtyla («è lo stesso», risponde la moderatora Maria Bonafede, guida della chiesa valdese, a chi le chiede un confronto, e comunque, si sa, più che le questioni dottrinali sono le visioni del mondo e della vita a dividere.

Pensate all’etica protestante del lavoro, che è uno dei vero muri che separano l’Europa della Riforma da quella cattolica. Comunque, al Sinodo valdese che s’è aperto ieri a Torre Pellice monsignor Vincenzo Paglia, che è presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, è stato accolto con fraterna simpatia, e la moderatora l’ha abbracciato e baciato. Ma non prima di aver confermato che «alcune ingerenze della gerarchia cattolica nella vita pubblica sono inappropriate». E la moderatora le elenca senza reticenze, le «ingerenze»: il referendum sulla procreazione assistita, la famiglia «riportata a un discorso ideologico», il no ai Pacs.
Loro, i valdesi, vogliono che lo Stato faccia il suo mestiere: e tra i «mestieri» dello Stato c’è anche, per dire, dare solidarietà e diritti agli immigrati. Oppure regolamentare l’aborto, e garantire assistenza alle donne, e «che non ci siano nuovi divieti». Il che non significa essere favorevoli all’aborto; ma, semplicemente, lasciare a Cesare quel che è di Cesare, e pensare a Dio.
Monsignor Paglia si sforza di sottolineare i punti di contatto, la necessità di una «conoscenza più ravvicinata». Intanto, dal pulpito, il pastore Ermanno Genre invoca l’autentica compassione evangelica dove «non c’è posto per le opere di beneficenza che gli spot dell’8 per mille pubblicizzano fino alla nausea». E uno.
Monsignor Paglia ammette che la bioetica è questione delicata, «ci si dovrebbe incontrare di più per spiegarsi meglio»; mentre la neo-consacrata pastora Giovanna Vernarecci di Fossombrone invoca l’avvento del Regno di Dio «là dove milioni di bambini muoiono di fame mentre dei cristiani disputano sullo status dell’embrione». E due.
Il monsignore è presidente della commissione Cei per il dialogo, e dunque sottolinea che valdesi e cattolici hanno una comune radice nella fede cristiana; intanto, nella sua predica, il pastore Genre ricorda che «chi non vuole condividere l’eucarestia non sa cosa si perde» – e qui nelle valli mica hanno apprezzato lo stop alle concelebrazioni eucaristiche fra cattolici e valdesi, stop caldeggiato da Sua Santità Benedetto XVI. Ma i valdesi pregano Dio per tutti, anche per «i cristiani che confondono il Tuo Regno con la loro Chiesa». Perché «essere Chiesa e vincere la tentazione diabolica di segnare il Pane di Vita con il marchio doc di questa o quella Chiesa».
I valdesi sono fatti così. Quello che pensano, lo dicono forte e chiaro. Il che spiega in parte la loro storia travagliata. E dicono cose che, a non aver letto il Vangelo, possono suonare un po’ forti. Tipo: «L’economia neoliberista è economia d’ingiustizia, l’economia di mercato va verso il supermercato, tempio del moderno consumismo dove Mammona è ospite d’onore». Parole di Bertinotti, di Agnoletto o del pastore Genre durante il culto d’apertura del Sinodo? Buona la terza.
Ciò giustifica anche un certo malumore che circola qui a Torre Pellice in vista del convegno di stasera, quando a discutere di liberta religiosa e presenza evangelica in Italia verranno anche alcuni parlamentari valdesi: tra questi, il ministro Paolo Ferrero (Rifondazione), l’onorevole Valdo Spini (Ds) e il senatore Lucio Malan (Forza Italia). Secondo voi, quale dei tre è atteso con amore entusiasmo?