L’Italia che già lavora sulle staminali

di A.Meldolesi
[inline:1]Le polemiche sulla ricerca con le cellule staminali embrionali sono destinate a riaccendersi in occasione del Consiglio informale sulla competitività che si terrà il 10-11 luglio.

Il Commissario alla ricerca Janez Potoznik, infatti, presenterà ai ministri dei paesi europei lo stato dei lavori sul settimo programma quadro, avviando un confronto che si concluderà con il voto del Consiglio il 25 settembre.

A favore della ricerca si sono già espressi la Commissione, il Parlamento europeo e il ministro italiano competente. Ma la posizione del governo italiano avrà ugualmente un peso politico rilevante, soprattutto se a rappresentere l’Italia non sarà Fabio Mussi come vorrebbe la prassi, ma lo stesso Prodi come viene dato per probabile.

In vista di questi appuntamenti. che continuano ad alimentare tensioni nella maggioranza di governo, sarebbe utile uscire dalla logica degli schieramenti preconfezionati e partire da un’analisi oggettiva dei fatti.
La Commissione ha promesso di spiegare in maggior dettaglio i suoi criteri per la ricerca sulle staminali embrionali davanti al Consiglio sulla competitività, ma nella sostanza il settimo programma quadro riproporrà gli stessi meccanismi già con il sesto programma quadro. Non é possibile esprimersi sull’adeguatezza di questi meccanismi, dunque, senza aver prima verificato come hanno funzionato.

Per farlo é sufficiente richiedere a Bruxelles le schede relative alle ricerche già finanziate: le informazioni che contengono sono illuminanti. Il Ministero della ricerca ha già messo in evidenza che le staminali di origine embrionale compaiono in un numero davvero esiguo di progetti otto, pari al lO% di tutti i progetti che utilizzano cellule staminali e hanno ricevuto una frazione irrisoria del budget complessivo, a dimostrazione del fatto che non sottraggono risorse alla ricerca con altri tipi di cellule staminali, adulte o fetali.

Ma altre informazioni potenzialmente utilissime per trovare una via di traguardo scientifico con chi compie gli esperimenti contestati. In definitiva contribuiscono alla realizzazione di progetti che, secondo la linea dura invocata dagli oppositori più intransigenti della staminali embrionali, avrebbero dovuto essere esclusi dai finanziamenti comunitari per ragioni etiche.

Non si resta stupiti quando si legge che sono coinvolti gruppi italiani di punta come quello dell’Università di Milano diretto da Elena Cattaneo (Eurostem-cell) o la Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro nella persona di Elisabetta Dejana (Lymphangiogenomics). Ma vale la pena notare che mente al di sopra di ogni sospetto persino se si sposa il punto di vista dei cattolici più intransigenti. In questa situazione si trova per esempio il San Raffaele, che partecipa a un programma nato per mettere a confronto le diverse potenzialità di staminali adulte, embrionali e fetali (Eurostemcell), che non potrebbe essere finanziato se passasse la linea dura.

Ma é forse ancora più emblematico il caso dell’Istituto Superiore di Sanità, che mentre era in carica un ministro sensibile alle ragioni dei cattolici come Girolamo Sirchia, accedeva a fondi comunitari per partecipare a un progetto in cui si utilizzano anche cellule staminali embrionali. Questo progetto, chiamato Reprotect, ha un coordinatore tedesco e conta ricercatori di un gran numero di paesi europei.
E’ stato voluto dal Centro europeo per la ricerca di metodi alternativi con base in Italia e vede la partecipazione di altri tre gruppi di ricerca italiani oltre all’Istituto Superiore di Sanità. Per proteggere la salute umana l’Unione Europea si appresta a imporre un giro di vite per il comparto chimico attraverso un regolamento indicato con l’acronimo Reach (Registration, Evaluation and Authorisation of Chemicals).

Il numero di sostanze chimiche che dovrà essere testato è così elevato da rendere impraticabile la sola via della sperimentazione su animali da laboratorio. Per questo é necessario validare delle batterie integrate di test alternativi, in vitro e in silico, e le linee cellulari di origine embrionale appaiono uno strumento irrinunciabile per verificare se una certa sostanza può causare danni a carico dello sviluppo embrionale durante la gravidanza.

Forse l’Istituto Superiore di Sanità non avrebbe dovuto partecipare a questo progetto? O l’Ue non avrebbe dovuto finanziarlo? Un altro dato da cui non sì può prescindere è che nessuno degli Otto progetti prevede lo sviluppo di nuove linee cellulari a partire da embrioni sovrannumerari, ma solo l’utilizzo di linee cellulari già esistenti.

In linea teorica entrambi gli approcci potrebbero godere dei fondi comunitari, ma la severità delle valutazioni etico politiche a cui ogni progetto è sottoposto prima di essere approvato é tale che soltanto il secondo approccio finora è stato ammesso nella pratica. Finché la sensibilità etico-politica degli stati membri resterà tale, insomma, soltanto un progetto di rilevanza terapeutica immediata e rivoluzionaria avrebbe una concreta chance di accedere ai fondi comunitari seguendo il primo approccio: oltre all’esame del comitato scientifico, infatti, è richiesto il via libera di almeno due comitati etici e quindi il benestare di un comitato regolatorio composto da rappresentanti di tutti gli stati membri.

Quando presenterà il voto dell’Italia al Consiglio della competitività, dunque, Prodi dovrebbe tenere conto anche di questo: tutti i progetti approvati finora rispettano i vincoli imposti dalle leggi di tutti gli stati membri, anche quelle più restrittive come nel caso di Italia e Germania. Con le regole che è chiamato a confermare, in definitiva, dalle casse di Bruxelles non è uscito neppure un euro che sia andato a finanziare la distruzione di embrioni.