La decisione, unanime, «pesata e sofferta», come hanno spiegato ieri gli operatori riuniti in via De Rossi sede dell’ Ordine dei Medici, è contemplata dalla legge 194 (norme sull’ interruzione volontaria di gravidanza) all’ articolo 9: «l’ obiezione esonera il personale sanitario… dal compimento delle procedure dirette a determinare l’ interruzione di gravidanza», nonché ampiamente esercitata in una regione in cui la percentuale di ginecologi obiettori ha da tempo superato il 77% (443 ginecologi romani sono obiettori di coscienza).
Naturalmente la stessa legge prevede anche che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate assicurino «in ogni caso, l’ effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza» e individua nell’ ente regionale il garante della applicazione della legge («La regione ne controlla e garantisce l’ attuazione anche attraverso la mobilità del personale»). Ma per quale motivo una simile scelta, oggi, da parte del residuo venti per cento dei medici che finora ha garantito il funzionamento del servizio? «La problematicità delle interruzioni di gravidanza è in aumento. Vengono da noi donne al penultimo giorno utile per l’ intervento. Le liste d’ attesa sono sempre più lunghe. La carenza di sale operatorie e personale del comparto è cronica. Lo squilibrio nella distribuzione territoriale di questo servizio ha reso l’ aborto un intervento sempre più rischioso per le donne e sempre meno accettabile dal punto di vista deontologico per noi medici. Sono anni che denunciamo la situazione.
Quella che stiamo vivendo a Roma e nel Lazio è la cronaca di un disservizio annunciato» dice Mirella Parachini ginecologa del San Filippo Neri. «Il San Camillo faceva duemila interventi l’ anno. Ora è arrivato a 3.200. L’ assenza di consultori sul territorio, di informazione e prevenzione complica tutto. Molte immigrate arrivano da noi incerte, riluttanti, spaventate. Vorrebbero un giorno in più per pensare. Non possiamo sostituirci a tutti: ospedali in cui l’ Ivg è sospesa, consultori che mancano, personale che manca» dice Giovanna Scassellati responsabile del Centro regionale di coordinamento della 194. Un gesto simbolico per ottenere di essere ascoltati. E perchè alcuni provvedimenti, ventilati, assicurati ma mai realizzati dalla Regione Lazio, possano essere finalmente attuati. L’ obiettivo è incontrare (presto) l’ assessore regionale alla sanità Augusto Battaglia («si era mostrato aperto all’ introduzione della Ru486» ricorda Parachini) per discutere problemi e provvedimenti.
Primo: riduzione delle liste d’ attesa. Secondo (strettamente collegato al primo): ricognizione delle strutture ospedaliere che effettuano interruzioni di gravidanza. Terzo: definizione del ruolo del coordinamento regionale San Camillo. Quarto: incentivi economici per il personale «sul modello in atto nelle sedi di San Giovanni e Ostia». Quinto: introduzione dell’ aborto farmacologico, ossia del Mifepristone (Ru486) utilizzato in Italia con ritardo rispetto al resto d’ Europa ma comunque già in vigore nelle regioni Umbria, Toscana e a Torino.
«L’ assessore si è mostrato aperto sulla Ru486 che risparmierebbe alle donne un intervento invasivo, ridurrebbe i tempi e farebbe risparmiare i costi del ricovero e del Day Hospital» sintetizzano gli operatori.
L’ assessore Augusto Battaglia ha dato loro appuntamento al 26 giugno prossimo.