La speranza è un iniezione di cellule sotto la pelle

di Franca Porciani

Un miracolo? Così una ragazza scozzese di diciannove anni, Anianda Bryson, ha raccontato nel novembre scorso gli effetti dell’iniezione di cellule staminali del cordone ombelicale sulla sua malattia, la sclerosi multipla, che, esordita cinque anni prima, l’aveva costretta sulla sedia a rotelle. A distanza di dieci minuti dal trattamento, realizzato nella discussa clinica di Rotterdam ‘convenzionata’ con l’Advaneed Therapeutics, la ragazza si e messa in piedi e ha camminato (o Lazzaro!). Purtroppo nel giro di pochi mesi tutto è tornato come prima, carrozzina compresa, ma il clamore suscitato da quella guarigione -e da altre precedenti, altrettanto rocambolesche-, ha contribuito a gonfiare le liste di attesa olandesi per un trattamento che comincia ad attrarre anche qualche italiano. Tanto che l’Associazione italiana sclerosi multipla (Aisin) ha messo in guardia i malati con un comunicato. La terapia è, quanto meno, originale: consiste in un’iniezione di cellule staminali del cordone ombelicale (da donatori ignoti) o nel sottocute o in vena, associata alla somministrazione di mannitolo che dovrebbe aumentare la permeabilità della barriera ematoencefalica (il sistema di sicurezza che tiene ben separato dal sangue il liquido che bagna il cervello), facilitando l’ingresso delle cellule curative nelle aree cerebrali danneggiate. «Terapia senza alcuna razionalità – commenta l’ematologo pavese Franco Locatelli, esperto di staminali del cordone – direi un imbroglio. Le cellule del cordone ombelicale non hanno caratteristiche di universalità, devono essere compatibili. In questo caso, perciò, il rigetto è inevitabile e avviene in tempi brevissimi. L’associazione dei malati italiana – analogo il commento di quella inglese – sottolinea che la sclerosi multipla ha di per sè un andamento fluttuante, con miglioramenti improvvisi, talvolta inspiegabili. I miracolosi risultati potrebbero perciò trovare una spiegazione, senza dimenticare l’ormai abusato effetto placebo o, meglio, l’autosuggestione scatenata da una speranza di guarigione. «Che le staminali del cordone possano avere un effetto stimolante sulle cellule cerebrali non è escluso a priori, ma non arriverà certo a dimostrarlo questa sperimentazione ‘selvaggia’» commenta Gianvito Martino, neuroimmunologo dell’Istituto San Raffaele di Milano.