Luca Coscioni, testimone laico

di Domenico Maselli
MENTRE si svolgono le Olimpiadi di Torino, scompare un maratoneta della vita. Non sappiamo se Luca Coscioni fosse un credente, ma dobbiamo registrare che ci lascia uno stupendo esempio di coraggio e di amore, tanto più luminoso in quanto consapevole di non poter trarre vantaggi personali dalla sua lotta. In un paese dove regna incontrastata la dichiarazione di Don Abbondio «uno il coraggio non se lo può dare», egli ha combattuto, sostenuto dai Radicali, tre diverse battaglie. La prima per il diritto di voto passivo ai disabili. Nell’attuale situazione il Parlamento è irraggiungibile, non solo per i disabili, ma anche per chi non ha i mezzi finanziari per partecipare a una campagna elettorale, per chi non può permettersi un’immagine televisiva, per chi non è conosciuto e spalleggiato dai partiti. Luca Coscioni, con la sua candidatura come capolista Radicale nel 2000, e pronto a candidarsi ora per la «Rosa nel pugno », rivendicava il diritto di «tutti» a fare sentire la propria voce nel luogo dove si manifesta il potere del vero sovrano, che dovrebbe essere il popolo. In caso di elezione, il costo personale di Luca sarebbe stato enorme, ma egli era pronto a pagarlo. La seconda battaglia era per la libertà di ricerca scientifica. La libertà è una e indivisibile e vi è sempre la possibilità che sia male usata. Non a caso, ancora non più di 60 anni, fa Civiltà Cattolica dichiarava che solo la verità deve essere libera. Oggi è chiaro che questa dichiarazione apre la porta ai fondamentalismi, agli estremismi, agli assolutismi, ai fanatismi. Luca Coscioni però, non si fermava alla lotta per la libertà di ricerca in senso astratto, già comunque meritevole. Egli combatteva per un fine specifico: permettere di cercare cure per malattie terribili come l’Alzheimer, che distrugge la personalità, e come la sclerosi laterale amiotrofica, che lo aveva colpito a soli 28 anni e che aveva reso il suo corpo immobile, pur conservando il cervello in perfetta attività. Dopo un breve periodo di sconforto, aveva deciso di porsi alla testa della battaglia perché fosse lecito sperimentare, sulle cellule staminali, le uniche che, forse potrebbero rigenerare gli organi lesi da questo tipo di malattie. Si mise così alla testa di una associazione che comprende decine di premi Nobel e centinaia di uomini e di donne di tutti i paesi del mondo, tra cui tanti scienziati. Anche questa volta il costo per lui era altissimo. Per alcuni anni aveva potuto comunicare digitando sul computer, poi attraverso un sintetizzatore vocale che trasformava gli impulsi in parole sia pure pronunciate in forma metallica; infine solo gli occhi potevano trasmettere degli impulsi che gli permettessero di comunicare. Il tutto era possibile per la dedizione della moglie e di tanti compagni radicali attratti, oltre che dalla idealità della lotta, dall’amore per la sua persona. La terza battaglia di Luca, implicita in quanto si è detto, era una battaglia di laicità, perché il veto alla ricerca scientifica è pronunciato in base a presunti valori, come l’intangibilità dell’embrione umano, identificati come idealità religiose, rispettabili in sé, ma non a prezzo del sacrificio di tante vite e delle sofferenze inaudite di molti. Come evangelici riconosciamo in queste battaglie, combattute da Luca Coscioni quei requisiti di apertura al dialogo, di servizio d’amore per ogni creatura umana e di libertà senza aggettivi, impliciti nel messaggio cristiano e ci chiediamo perché, spesso, non abbiamo il coraggio, l’altruismo e la speranza che hanno permesso a Luca di non chiudersi in se stesso, come pure sarebbe stato legittimo, ma di combattere anche per noi un «buon combattimento». Eppure noi dovremmo avere, in più, la forza della fede in Colui in cui diciamo di aver creduto. Siamo pronti a raccogliere il testimone?