di Marina Corradi
L’onore delle armi al leader radicale. E’ morto perché la sua malattia gli ha reso impossibile respirare. Luca Coscioni, presidente dei Radicali italiani, aveva 39 anni, e da undici lottava con la sclerosi laterale amiotrofica. Era un giovane docente universitario di Economia, e stava allenandosi per partecipare alla maratona di New York, quando la diagnosi lo aveva raggiunto come una sentenza senza appello. Negli anni, la sclerosi lo aveva costretto in carrozzella; poi gli aveva tolto la voce. Comunicava mediante un sintetizzatore vocale: una voce metallica che cinque anni fa, quando lo abbiamo conosciuto, era azionata da un mouse mosso a fatica con una mano. A tratti, se voleva aggiungere qualcosa, parlava con un filo di voce alla giovane moglie, che seguendo il movimento delle labbra indovinava le parole. Eravamo andati a intervistare Coscioni sui temi della bioetica, e, come era naturale, la divergenza di opinioni era profonda, se non totale. Dall’uso delle staminali embrionali per la ricerca, all’eutanasia, su tutto, nelle risposte concise del sintetizzatore, si era mostrato categorico. Gli embrioni sovrannumerari della fecondazione assistita per lui dovevano diventare materiale per i laboratori di genetica. L’eutanasia era un diritto di libertà. Visto che, come aveva detto, «la sofferenza non ha alcun senso». E certo sentirlo dire da lui, con quella faccia ancora da ragazzo e la moglie accanto che pareva una studentessa, mentre col mouse allineava faticosamente le sue risposte, era una cosa che lasciava sgomenti. Come si vive, non potevi non chiederti, quando una malattia così ti tallona, ti paralizza, e promette di toglierti il respiro, se sei così disperatamente certo che tutto quel dolore non ha alcun significato, che è dovuto solo a un caso cieco, pura sofferenza gratuita da distillare per lunghissimi anni? E le tesi dei radicali, che in bocca a tanti suonano come ideologia cieca sulla realtà — su quella dell’inizio, come della fine della vita — in bocca a quel ragazzo in carrozzella apparivano come le ragioni dure e dolorose degli uomini di questo tempo: taglienti e logiche, nella certezza che non c’è un altro destino, in cui sperare. Eppure, Luca Coscioni non appariva umanamente disperato. Nell’attività politica aveva buttato tutta la passione e la tenacia del maratoneta che era stato: ostinato nelle sue battaglie, instancabile nel sostenere il diritto alla ricerca – quella ricerca in cui sperava, e sperando nella quale non si rassegnava. Aveva poi, nella disgrazia, accanto a sé quella giovane donna altrettanto tenace, sempre accanto, come accanto gli era ieri, al momento dell’addio. Aveva scritto: “Quando mi sono ammalato è come se fossi morto. Solo ora capisco che la mia avventura continua. Quello che cerco è una rotta verso quella terra per me così lontana dove abitano speranza e amore”. La sua speranza, ci aveva detto, la riponeva nella ricerca — in quelle cellule staminali che, embrionali o adulte, sono in realtà lontane dal poter curare la sclerosi multipla e molte altre terribili malattie. A noi, nel congedarci, era sembrata una speranza così sottile, a fronte di quella così implacabile sofferenza. Orgoglioso e forte, coraggioso come in pochi lo sono, ricorderemo di lui il sorriso con cui ammise a un certo punto: «Sono sempre stanco». Per un istante come superando la rivendicazione di quelli che chiamava diritti, ed ammettendo l’umano limite e bisogno.