di Mario Stanganelli
“Dal corpo del malato al cuore della politica”. Questo l’ultimo slogan per il congresso della sua associazione che Luca Coscioni aveva sintetizzato al computer, unico mezzo di comunicazione col mondo – oltre agli sguardi alla giovane moglie che per anni non l’ha abbandonato un istante – rimasto al presidente dei radicali italiani negli ultimi mesi di vita. Uno slogan che riassume il senso della vita e dell’impegno del giovane docente di economia all’università di Viterbo, appassionato di corsa, che dieci anni fa, durante gli allenamenti per la maratona di New York, scoprì i primi sintomi della sclerosi laterale amiotrofica, la cui diagnosi lo specialista gli consegnò in busta chiusa da aprire solo in presenza del medico di famiglia. Ma piuttosto che una sentenza di morte, quella diagnosi fu, per Coscioni, l’inizio di una storia nuova, inevitabilmente sempre più sofferta ma che – spiegò dolcemente la moglie Maria Antonietta invitata a “Cominciamo bene” di RAI 3 – è stata anche “una quotidianità che è insieme impegno di vita e impegno politico”. Luca infatti, dopo aver scritto nel suo diario “mi sono ammalato ed è come se fossi morto. IL Deserto è entrato dentro di me, il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio viaggio fosse finito”, ha reagito con estrema forza interiore. La metafora del deserto, introiettata durante un raid motociclistico della sua attivissima vita da uomo sano, non ha prevalso. L’ex maratoneta, scoperto l’orizzonte che una libera ricerca medica, soprattutto nel campo delle cellule staminali, poteva aprire a migliaia di malati come lui, si candidò alle elezioni on line per Comitato nazionale dei radicali. Venne eletto e il partito di Pannella fece della battaglia la libertà di ricerca sulle staminali la sua bandiera per le politiche del 1001, candidando lo stesso Coscioni. Urne avare per i radicali quell’anno, ma la lotta di Coscioni e dell’associazione che da lui prende il nome continuerà nell’altrettanto sfortunata battaglia del referendum per la fecondazione assistita. Nella quale, però, un uomo praticamente muto, incatenato nel suo letto di sofferenza, riceve l’appoggio di cento premi Nobel e di migliaia di scienziati, scuotendo innumerevoli coscienze. Al punto che il Nobel José Saramago scrisse: “Attendevamo da molto tempo che si facesse giorno, eravamo sfiancati dall’attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza. Perché la luce della ragione e del rispetto umano possa illuminare i tetri spiriti di coloro che si credono ancora, e per sempre, padroni del nostro destino”. Contro questi uomini, e con l’aiuto di strumenti elettronici sempre più perfezionati che riuscivano a farlo scrivere interpretando l’unico movimento di cui era capace, quello degli occhi, Luca Coscioni ha continuato fino alla fine la sua battaglia. La sua presenza sul lettino sotto la tribuna di tutti i congressi radicali era immagine, a un tempo, di estrema fragilità e di grande determinazione. Iterazione del rito di un corpo immobilizzato dal male deliberatamente scagliato, a sollevare un’onda anomala, nello stagno inerte della politica italiana. L’ultima battaglia vinta, il voto che il 9 aprile potranno esprimere attraverso i seggi volanti anche i malati intrasportabili dai luoghi di degenza. Continuerà,il sabato, a “Radio Radicale”, la trasmissione dell’Associazione Luca Consioni “Il Maratoneta”, scandita dal suono ritmico dei passi di un corridore. La sorte non ha voluto che raggiungesse il 42esimo chilometro, ma chi è stato con lui vorrebbe trasformare ora la maratona in una staffetta. In tanti sono pronti a raccogliere il testimone di chi, pur “a corto di parole”, come scriveva nella presentazione del suo sito Coscioni, è riuscito a dare la parola a migliaia di malati come lui, prima condannati, oltre che alla sofferenza, anche al silenzio.