di Filippo Ceccarelli
No, in questa campagna elettorale Luca Coscioni non aveva modo di farsi bello, né di scalare i palchi salutando le folle con ampi gesti; tanto meno era in condizione di raccontare barzellette seduto comodamente sulle poltroncine dei salotti televisivi. L’ultimo ricordo, l’ultima fitta al cuore, l’ultima immagine di Luca Coscioni riempì di dolore e di tenerezza il maxischermo del congresso radicale, a Riccione, l‘autunno scorso. Di colpo, nel silenzio calato sulla platea, si vide il volto di un uomo con gli occhi fissi, forse inespressivi, o forse fin troppo intensi perché ognuno in quella sala poteva leggervi qualcosa di sé. Una mano sulla fronte gli teneva pietosamente sollevata la testa. Quindi l’impianto di amplificazione diffuse una voce che non era la sua, ma un suono remoto, metallico, gutturale, espressione vibrante di un sintetizzatore elettronico. Luca disse, al solito, cose molto belle e sensate. Parole di libertà e di impegno civile. Ma quello che restava impresso era soprattutto la disperata e faticossima immobilità di quella persona, di quell’uomo politico che pure non smetteva di pretendere dei diritti, dei riconoscimenti, una speranza. E non sarà carino, non sarà leggero, ma proprio ora che Coscioni non c’è più viene da pensare alla più affannosa e straniante centralità del corpo e dei corpi in questa campagna elettorale. I leader che si rinfacciano l’un l’altro di essere troppo vecchi, o bassi, o grassi, o scheletrici. L’ardore con cui affrontano gare podistiche e l’insistenza con cui ripetono che hanno sconfitto il cancro. E tagliano torte, affettano salumi, salgono sulle sedie, ricercano salutari bagni di folla, si baciano al termine delle conferenze stampa, rivelano di essersi fatti le canne, di aver visto i filmini porno, offrono in voto la loro castità e addirittura offrono in visione le proprie analisi del sangue o delle urine. Ecco, rispetto a quest’andazzo divenuto così animatamente e vanamente corporeo, rispetto a questa fisicità che come nei reality impone il predominio del territorio e l’oscuramento dei rivali, ecco fino a ieri nessun altro corpo come quello di Luca Coscioni esprimeva, alla rovescia, la forza drammatica della malattia. Un vero problema di vita e di morte di fronte al quale la politica poteva, doveva o comunque era chiamata almeno a cercare una risposta – ma a condizione di conservare la propria dignità. Quest’ultima Coscioni ha sempre tenuta alta, nell’animo come nella sua carne consumata dalla più beffarda delle infermità. Anche per questo la sua è una morte triste, ma prima ancora eroica e massimamente istruttiva. Luca, cattolico, vicino alle ACLI, era un promettente studioso d economia e correva anche la maratona di New York. A 33 anni gli diagnosticarono una sclerosi laterale amiotrofica, la condanna all’immobilità pressoché completa. “Come se fossi morto”, scrisse poi. “Il Deserto è entrato dentro di me. Il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio viaggio fosse finito”. Poteva lasciarsi andare: nessuno avrebbe mai avuto da recriminare. Poteva diventare un caso umano, o trasformarsi in un semplice problema clinico: poteva, senz’altro. E invece Coscioni scelse di farsi militante politico nella sua compiuta integrità tanto corporea quanto morale. Di sicuro non cercava, come troppi altri, potere. Anzi, si può dire che tra i vari partiti trovò calda ospitalità solo in quello che dal potere era più lontano: i radicali. Questi, così poveri di mezzi ma così ricchi d’inventiva, hanno sempre mostrato una particolarissima sensibilità per le risorse emotive e narrative dei corpi. Ecco, quel ragazzo in carrozzella, incarnava la necessità pressante di un’iniziativa sulla libertà di ricerca scientifica. Lui comprese con lucidità l’occasione: “Per molti politici potenti io sono uno scandalo, io sono strumentalizzato”, ha spiegato una volta. “Ma perché non provano anche loro a strumentalizzare altri, milioni di altri malati come sono io?”. Fatto sta che solo Marco Pannella, al dunque, gli offrì la sua irruenza e l’esclusiva della lotta; mobilità premi Nobel, lo fece presidente del partito e capolista alle elezioni del 2001. Più che una discesa, disse Emma Bonino, fu quella prova elettorale “una salita in campo”. Ma ora che il campo non c’è più Luca Coscioni sembra librarsi ancora più in altro, là dove forse la politica si purifica tornando ad essere se stessa.