Katia Belillo
È bastato un quarto d’ora di E conversazione telefonica con una giornalista del Corriere della Sera a scatenare un pandemonio. Il riferimento è alla ridda di accuse ed insulti – è bene chiamare le cose con il proprio nome – che mi sono piovuti addosso all’indomani della telefonata ricevuta dalla suddetta giornalista che – sintetizzandola ed estrapolandola – ha riportato una mia dichiarazione a proposito della decisione della signora Ferilli (annunciata dalle pagine del settimanale Gente) di adottare un bambino anziché ricorrere alle tecniche di procreazione assistita a favore delle quali si era spesa nella campagna referendaria per il “sì”. Tanto è bastato a scatenare lo sdegno e l’indignazione di colleghe parlamentari del mio stesso schieramento, di opinionisti della carta stampata, nonché la scomposta reazione di compagni di partito evidentemente da tempo in attesa di una simile occasione. Insomma, una levata di scudi sorprendente quanto spiacevole. Le mie considerazioni a proposito delle dichiarazioni rilasciate dalla signora Ferilli non implicavano certamente alcun giudizio sulla sua privatissima e altrettanto legittima scelta di ricorrere all’ adozione per soddisfare il suo desiderio di maternità. C’è una legge che lo consente e la signora Ferilli, come qualsiasi altra signora del resto, può scegliere di avvalersene. Quello che intendevo evidenziare era, seminai, l’equivoco che da quelle dichiarazioni poteva discendere. L’aver prestato il proprio volto a favore della campagna referendaria per il “sì” avrebbe dovuto, a mio parere, suggerire alla signora Ferilli una maggior chiarezza e completezza di argomentazione. Le dichiarazioni rilasciate al settimanale Gente suonano invece come una sorta di mea culpa e di postuma accettazione delle motivazioni addotte da chi quel referendum lo ha sciaguratamente “vinto”. L’equivoco messaggio che ne deriva è quello di lasciar perdere la fecondazione assistita e di accontentarci della pessima legge che abbiamo: se una coppia non può avere figli meglio che li adotti. Come se poi l’adozione in Italia fosse un iter semplice ed immediato. L’adozione non ha nulla a che fare con la procreazione assistita, né può – come hanno tentato di far passare i sostenitori del no – essere proposta come alternativa alla scelta di diventare madre sottoponendo il proprio corpo alle tecniche fecondative. L’una e l’altra possibilità devono rimanere scelte praticabili, ma non sovrapponibili. Per questo anche ci siamo spesi nel corso della battaglia referendaria contro la legge 40 e per questo la signora Ferilli ha prestato il suo volto. Se poi abbia o non abbia ricevuto un compenso per farlo – oltre che assolutamente plausibile da parte di chi, per mestiere, vende la propria immagine – è irrilevante ai fini della questione che intendevo porre e che oggi, alla luce delle reazioni scatenatesi da più parti, necessita di un chiarimento ancor più puntuale. Alla responsabile nazionale delle donne Ds, Barbara Pollastrini, che mi accusa di «manipolare ed offuscare una scelta compiuta in nome dell’impegno civile e della vicinanza alla libertà e responsabilità delle donne» e che insieme alle sue compagne di partito si è affrettata a far quadrato attorno alla signora Ferilli come se questo fosse il punto, chiedo allora di chiarirmi – e lo faccio a nome delle tante donne che come me hanno letto ed interpretato l’intervista pubblicata dal settimanale Gente – se, all’indomani del voto elettorale che mi auguro porti ad una vittoria dello schieramento di centrosinistra, la questione sulla fecondazione assistita sarà ripresa ed affrontata nei modi e nei contenuti in difesa dei quali ci siamo battute nel corso della campagna referendaria o se, buona la legge 40, adotteremo – è proprio il caso di dire! – nuove e diverse strategie.