La sinistra e l’offensiva del fronte astensionista

di Massimo Franco. Corriere della sera

La vittoria astensionista al referendum sulla fecondazione assistita è spiegata con toni così liquidatori, che perfino i vertici dell’episcopato esiterebbero ad avallare del tutto una simile lettura. Ma l’attacco arrivato ieri ai matrimoni omosessuali e ai referendari dal presidente del Senato, Marcello Pera, in visita ufficiale in Spagna, non ha nulla di estemporaneo. Scagliandosi contro il «trionfo del laicismo», Pera sapeva di assecondare i timori di un Vaticano ossessionato dalla «sindrome Zapatero»: la politica anticlericale del premier socialista spagnolo. Il risultato è che lo scontro referendario di giugno si proietta sulla campagna elettorale; ma con la sinistra, non più la Chiesa, candidata all’accerchiamento. L’intervento di Pera, estimatore di Benedetto XVI e delle sue tesi su un’Europa minacciata dal declino morale, è apparso irrituale. I diessini giudicano «grave» che il presidente del Senato critichi le leggi di «un Paese amico» di cui è ospite. Ma dirompente è stato l’accenno di Pera al referendum, alla vittoria di «un’alleanza niente affatto clericale fra la Chiesa, il sentimento profondo dei cittadini e una minoranza di laici non laicisti».

A suo dire, sarebbe stata sconfitta invece «l’arroganza del pensiero elitario cosiddetto progressista e illuminista». E il fatto che il discorso abbia seguito di poche ore quello del presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini contro «il laicismo di Stato», dà l’impressione di interventi concordati per dimostrare la sintonia con la Santa Sede; e per sottolineare uno stesso progetto. Il risultato politico è di riorientare i riflettori su un tema che divide: lo dimostra la reazione rabbiosa del senatore ds Lanfranco Turci. Con l’ira di chi non ha digerito la sconfitta, Turci attacca Pera e Casini; e definisce tuttora l’astensione un «autentico imbroglio ». E’ un rifiuto ad accettare il responso delle urne, che il centrodestra vuole fare emergere: anche per impedire la ricucitura fra una parte della sinistra e l’episcopato. Piero Fassino ha buon gioco a confutare l’idea di un partito che rappresenti «i cattolici », dopo la fine della Dc. Ma deve fare i conti col ministro Rocco Buttiglione, che gli imputa di essere «lontano dalla maggioranza del Paese sui valori». E non solo con lui.

E’ soprattutto Francesco Rutelli a creare imbarazzo ai Ds, contrapponendo la Margherita ai «nostri alleati di sinistra integralmente e organicamente laicisti». Sono segni di una campagna elettorale che tende a replicare gli steccati referendari; ma per rimarcare l’isolamento del «sì». L’operazione sa di forzatura. Si spiega con il calcolo di conquistare consensi moderati; e di tenere sotto scacco una sinistra che fatica a dialogare con un cattolicesimo magari minoritario, ma più in sintonia con gli umori del Paese.