Chiesa, Vangelo e crocefisso. Il manifesto di Pier Ferdinando.

Wojtyla e Ratzinger i modelli. Il no al laicismo di Stato e gli elogi a Pera. Di Aldo Cazzullo. Corriere della sera

Pierferdinando Casini aveva alimentato un’attesa e una tensione attorno al suo discorso di chiusura del congresso Udc. Vi arrivava da presidente di Montecitorio ma anche da possibile candidato a Palazzo Chigi, messo fuorigioco pochi giorni prima da Berlusconi e dall’ormai celebre «pranzetto». Lui stesso ha esordito dicendo: «Sono quattro anni che leggo discorsi scritti, oggi per la prima volta parlerò a braccio, e sono un po’ teso. Ma solo per questo».

Per il resto, Casini ha aggirato con cura la questione della leadership. Si è limitato a difendere Follini dall’accusa di averla riaperta. Il senso non detto era: sarebbe meglio che il candidato non fosse Berlusconi, ma per ora è così; se ne riparlerà. Si è detto favorevole al partito unico, che ha chiamato Partito nazionale dei Moderati. Il senso era: sarebbe meglio farlo, ma per ora non si può; se ne riparlerà. E, quando ci sarà bisogno di un segretario, sappiate che io sono qui, e la penso così.

Perché il discorso di ieri è stato un manifesto da leader. Non tanto da candidato premier; da capo prossimo venturo. Le parole «destra» e «conservatore» sono state pronunciate una sola volta, per essere negate, come categorie del passato. Ma tutte le parole dl Casini sono state al di là del mito del «centro», logo e mantra del congresso — il programma di una destra liberale, di un conservatorismo futuro, che la legislatura berlusconiana, come lo stesso Casini ha ammesso, non ha potuto o saputo dare al Paese. E alla base del partito che verrà, del leader che sarà, c’è il neocattolicesimo.

Casini si è spinto più in là di Buttiglione, che intervenendo subito prima aveva evocato «l’ispirazione religiosa della politica». Ha pagato il suo tributo alla laicità dello Stato, dandola per scontata, annotando che «i figli di De Gasperi» non devono dimostrare nulla a nessuno. Ma poi ha evocato la riconquista cattolica della società, rivendicando il referendum come una vittoria; ottenuta non solo con la difesa di una legge ma soprattutto con l’affermazione di un baricentro di valori, doveri, limiti. Durissime le parole contro le leggi Zapatero, definite «non progressiste ma conservatrici e reazionarie», in quanto dirette a favorire «i più forti», che sarebbero gli omosessuali, al danno dei «più deboli», i bambini; a soddisfare un diritto contronatura, la paternità e la maternità dei gay, a discapito di un diritto naturale, l’affetto di un bambino per un padre e una madre. E’ stato un passaggio-chiave perché vi convivevano le due nature di Casini, la esuberante e la moderata, l’attacco,e la difesa, e i delegati Udc hanno applaudito in piedi come in piedi avevano accolto il suo ingresso, quando aveva dato sfogo alla sua mimica, all’istinto che lo porta a prendere sottobraccio Buttiglione, baciare Follini, dare un buffetto a Giovanardi, fare occhiolini e «ciao» non solo con la voce ma con il labiale, le sopracciglia, le mani, per poi ricomporsi nell’abito blu con cravatta azzurra e camicia bianca e ritrovare l’aplomb istituzionale, sempre in bilico tra le due attitudini con la stessa volatilità con cui inforcava e toglieva gli occhiali (pur parlando a braccio, qualche foglio se l’era portato).

Il «partito valoriale» di Casini, il suo grumo di principi neocattolici, è saldamente ancorato a due personaggi, Wojtyla e Ratzinger. In un turbinio di riferimenti storici — la presa della Bastiglia e il crollo del Muro, la rivoluzione americana e la Rerum Novarum —, tra i suoi brevi cenni dell’universo, i «fenomeni migratori», la «crisi dell’identità occidentale», la tecnologia e la ricerca esasperate sino alla «fabbrica dell’uomo», l’unico punto saldo è il papato. Casini ha raccolto la sfida di Prodi, si è detto lui pure un cattolico adulto, ha citato Gesù Cristo («date a Cesare…»); ma si è pronunciato contro lo Stato senza Dio e senza religione, la Costituzione europea senza radici cristiane, le scuole senza crocefisso e le islamiche costrette a rinunciare al velo. Si è quasi commosso, ricostruendo l’identità dei cattolici in politica. In un passaggio è parso quasi autocritico: talora è difficile fare quel che si dovrebbe fare, «nella sessualità, nella famiglia»; però il messaggio evangelico va accettato sempre e tutto, e non solo quando e dove fa comodo. E nella critica al relativismo ha ritrovato il collega Pera, un tempo considerato forse rivale certo distante, ora citato due volte come pensatore «di straordinario valore».

All’etica neocattolica, Casini ha affiancato un’etica della responsabilità: in un Paese in cui la colpa è sempre degli altri, «dell’euro, della Cina, della Moratti, di Berlusconi», è tempo che la politica, a cominciare dai «deputati assenteisti», si faccia carico di responsabilità e doveri, come da antica frase di Moro stampata su una tessera Dc (commozione in sala). Al governo Casini ha indicato una serie di questioni irrisolte, da non lasciare alla sinistra: l’evasione fiscale, l’inefficienza della pubblica amministrazione, i tempi infiniti della giustizia, la questione morale, la lotta alla mafia (con l’eccezione dell’inchiesta su Cuffaro, presidente del congresso, molto applaudito).

Di Berlusconi Casini ha parlato con affetto, come d’abitudine. Ne ha riconosciuto i meriti, ha attaccato i cattolici di sinistra «dossettiani» che lo vedono come il ricco Epulone, ha ricordato che «Prodi nel ’93 chiedeva la riforma delle pensioni mentre Berlusconi veniva processato in piazza dai sindacati». Nel ’93 Berlusconi si occupava ancora di tv. Per il resto, Casini è stato sincero: senza il Cavaliere non saremmo qui; sapevamo chi era e da quale esperienza veniva; nel ’94 si è vinto grazie a lui; ci dicemmo allora di costruire il centrodestra, e non ci siamo ancora riusciti; lavoriamo fin da ora a mettere radici, per quando lui non ci sarà più.

Tra gli uomini considerati vicini, ha avuto un rimbrotto per Fini e un elogio per Follini. Ha rivendicato l’amicizia con entrambi. Ma ha invitato Fini a non rinchiudersi negli steccati della destra, a riconoscersi nei valori e nella strategia del Partito dei Moderati. Con Follini è stato generoso, come altre volte. E’ stato Casini a richiamarlo alla politica, a volerlo prima capogruppo poi segretario, e ieri a difenderlo, scherzando sulle minacce di morte con la moglie in prima fila. Ha ovviamente ribadito di essere il capo, per quanto l’arredo del congresso prevedesse un’unica posizione centrale, quella dell’oratore di turno. Casini si è seduto così nel palco di sinistra, quarto della fila in alto; ma da tanti piccoli segni, gli applausi, le battute a D’Onofrio — «sono ventanni che lo sopporto» —, gli atti di sottomissione di Baccini ministro ridanciano e di Giovanardi di cui si vendeva il pamphlet contro la malagiustizia accanto al fondamentale «Dai fenomeni paranormali alla possessione diabolica» di Gaetano Ingrassia, era evidente che il partito stima Marco ma vuol bene e obbedisce a Pierferdinando. Anche in questo congresso i due pupilli di Bisaglia hanno giocato le parti che loro stessi si sono attribuiti. Nessuna discrepanza formale. Ruoli diversi. Ma non solo; diverse sono anche le visioni: sul partito unico, sul giudizio su Berlusconi, forse anche sul rapporto con la Chiesa, con la scienza, con i laici. Toccherà ai moderati scegliere.