Giulio Giorello: Il fascino del buio

Giulio Giorello
I grandi problemi sono la vita della ricerca, amava ripetere uno dei maggiori matematici del secolo scorso, quel David Hilbert che, pensando alla propria disciplina, aveva stilato all’inizio del Novecento un elenco di 23 questioni aperte, cui aveva premesso la saggia osservazione che in materia di scienza fare il profeta è difficile e rischioso. Scoperte e invenzioni giungono spesso inattese, minando certezze e dando un colpo mortale ai pregiudizi.

Se ne accorsero a proprie spese quei dotti filosofi che discettavano sulle ragioni per cui Dio avrebbe riempito solo d’acqua il mondo al di là delle colonne d’Ercole. Questo mentre già cominciavano a circolare le relazioni dei superstiti della spedizione di Magellano che descrivevano terre emerse, «strani» tipi d’uomini, di animali e di vegetali, nonché ricchezze meravigliose. Le Americhe della conoscenza non sono meno imprevedibili! Nella lista di Science ha un ruolo la nostra stessa emotività. Allungare la vita fino a «vincere il tempo» è, come hanno mostrato Edoardo Boncinelli e Galeazzo Sciarretta nella loro ultima fatica ( Verso l’immortalità? , Raffaello Cortina Editore), un sogno che ha attraversato mito, magia e scienza, ma che oggi appare realizzabile più di quanto mai avessero sospettato l’eroe sumerico Gilgamesh, nel suo vano tentativo di debellare la morte, o gli alchimisti medievali, alla ricerca della perpetua giovinezza. A coloro che saranno trasformati dalle biotecnologie non toccherà in sorte la noia che sembra aver afflitto gli immortali immaginati da Leopardi o da Borges? Forse, il tempo conquistato potrebbe venire impiegato per affrontare gli altri problemi elencati da Science – a cominciare da quello relativo allo sviluppo sostenibile di un pianeta sovrappopolato e saccheggiato dal crescente bisogno di acqua, cibo ed energia. La questione della soglia critica oltre la quale l’eccesso di popolazione renderebbe impossibile qualsiasi forma di civiltà è la prima che deve essere risolta. Science enfatizza il ruolo centrale della biologia nell’odierna indagine scientifica, pura o applicata che sia. A poco più di mezzo secolo dalla doppia elica di Watson e Crick cresce la comprensione della struttura e delle funzioni del nostro corredo genetico. Abbiamo buone speranze di capire e di controllare sempre meglio i nostri geni. Più sottile ed elusiva è la questione delle basi biologiche della coscienza – per non dire di quelle dell’inconscio. C’è ancora posto per l’anima immortale di Platone e di Agostino, per la sostanza pensante di Cartesio, per la mente che per Berkeley chiamerebbe le cose all’esistenza o per l’Io legislatore della Natura teorizzato da Kant? Tutto ciò non potrebbe essere il riflesso della sintonia, più o meno fine, dei nostri neuroni e delle nostre sinapsi? Ci sentiremmo per questo ridotti a mere macchine, prodotte non dalla sapienza di qualche ingegnere, bensì dalle dinamiche cieche dell’evoluzione?
Comunque sia, difficilmente potremmo sottrarci al fascino del cielo stellato. Ogni volta che lo guardo mi viene in mente l’espressione dell’Ulisse di Joyce: l’anima buia del mondo. Il mistero dell’Universo, della sua origine e della sua storia, sembra consegnato a una sorta di materia-energia «oscura», che eccederebbe di gran lunga quello che noi riusciamo a «vedere». Cercare di decifrarlo è l’eredità dell’imperativo galileiano (leggere nel Gran Libro del Mondo) da cui è nata la scienza moderna, ed è un’impresa non meno nobile e difficile di spiegare l’enigma della coscienza. Del resto, noi siamo parte dell’Universo, ed è tramite noi che l’Universo si osserva.