ROMA – «Presentazione della prima fase di sperimentazione del vaccino per l’Aids». È bastata questa riga per seminare sconcerto e polemiche fra i ricercatori che partecipano allo studio clinico sul vaccino messo a punto da Barbara Ensoli, Istituto superiore di Sanità. La frase incriminata compare sul biglietto di invito al gala in Campidoglio organizzato domani dal Comune di Roma e dalla Presidenza del consiglio in onore della virologa. Iniziativa poco gradita dalla Comunità scientifica italiana.
L’EX MAESTRO – L’immunologo Fernando Aiuti, ex maestro della Ensoli, contesta il modo di procedere: «Questi dati avrebbe dovuto presentarli prima di tutto a noi, farne oggetto di una comunicazione ai congressi e poi divulgarli al pubblico. È gravissimo che così non sia avvenuto. Noi abbiamo il diritto di aprire per primi i codici della sperimentazione e di valutare se i risultati sono validi sia dal punto di vista della sicurezza che dell’efficacia». Aiuti contesta inoltre il fatto che lo studio sia stato chiuso in anticipo, senza spiegazioni esaurienti: «Dovevano essere arruolati 88 pazienti, il protocollo invece è stato tagliato senza preavviso a 55 volontari, anche se noi non eravamo d’accordo. I malati continuano a sottoporsi ai controlli ignari dello stop. Neppure i comitati etici degli ospedali coinvolti sono stati informati».
I DATI – La Ensoli però chiarisce: «Non rivelerò dati durante il gala, lo farò la settimana prossima in via ufficiale assieme al ministro della Salute Storace dopo aver riunito i colleghi. Non infrango certo le regole. Spero che si trovino i soldi per passare alla seconda fase della ricerca. Il vaccino comunque funziona», liquida la faccenda la virologa che cerca fondi per portare avanti il progetto. Il gala, tutto incentrato sui problemi dell’Africa, ha anche questo fine: è lì che si vorrebbe verificare sul campo, dove l’infezione è estremamente diffusa, se la cura è valida.
L’ESPERIMENTO – La prima fase della sperimentazione è cominciata alla fine del 2003 in tre centri italiani: Policlinico Umberto I, San Raffaele di Milano e Spallanzani di Roma. Il vaccino sotto esame è il cosiddetto anti-tat, dal nome della proteina che si vorrebbe inibire, uno dei fattori determinanti nella replicazione dell’Hiv, il virus dell’Aids. Potrebbe essere utilizzato nella prevenzione della malattia e nella terapia. Infatti i test hanno riguardato ambedue gli aspetti, coinvolgendo rispettivamente sieropositivi e volontari sani.
I FONDI – La strada per Barbara Ensoli è sempre stata in salita. Prima la difficoltà nel trovare finanziamenti, poi si sono aggiunti i pettegolezzi pronunciati a mezza bocca ai congressi da qualche collega e la velata ostilità dell’ambiente medico italiano mai prodigo di incoraggiamenti nei confronti della virologa, tornata a Roma dagli Stati Uniti proprio per lavorare sulla proteina-tat. «Un modo inconsueto di procedere», schiva le polemiche Adriano Lazzarin, infettivologo, uno degli sperimentatori del San Raffaele che però nota: «Nella nostra comunità scientifica le regole sono ben diverse». Aiuti sbatte la porta: «Non parteciperò alla riunione della prossima settimana, parto, dovevano avvertirmi prima. Non ne so ancora niente. Che figura col resto del mondo. Annunceranno dati relativi ai test su poco più di 25 pazienti visto che l’altra metà ha preso il placebo. Ritengo inoltre molto grave che il ministro della Salute non sia stato invitato in Campidoglio».
Margherita De Bac