Gentiloni: Francesco? Cambiò dopo le nozze in Chiesa

Antonella Baccaro
Uniti dal pacifismo, lavorano insieme da vent’anni: io voterò. Non ho mai condiviso ma nemmeno combattuto il suo percorso da laico a credente. Dal Corriere della sera

ROMA – «Così la smettono di chiamarmi il “braccio destro di Rutelli”. Io, semmai, sono quello sinistro». Paolo Gentiloni si sforza di buttarla sul ridere: il leader della Margherita ha appena annunciato che al referendum sulla procreazione si asterrà. Lui, invece, suo grande amico e complice da vent’anni di ogni impresa politica, dice che voterà tre «sì». Divisi dunque, per la prima volta. «Ma su un tema di coscienza» precisa Gentiloni, come a dire: «Ognuno deve farsi guidare dalla propria». Minimizzare, sopire, ammorbidire. Del resto sono due decenni che Gentiloni ha il mandato di moderare l’irruenza di Rutelli, spianarne i toni, arrotondarne gli eccessi, levigarne le asprezze. «Non c’è niente di più distante da me» dicono l’uno dell’altro.

Eppure sono come gemelli. Nati a Roma nel 1954 («Ma Rutelli è più vecchio di me di 7-8 mesi» si vezzeggia Gentiloni), rampolli dell’alta borghesia, con una spiccata propensione alla politica. Ma non è sui banchi di scuola che si conoscono. Francesco si forma dai gesuiti; Paolo frequenta il Tasso dove, a parte Maurizio Gasparri, e Marco Follini, la maggior parte degli studenti milita molto a sinistra.
Rutelli approda tra i radicali; Gentiloni sceglie il Pdup. All’inizio degli anni ’80, ormai trentenni, si ritrovano a combattere sui temi del pacifismo. Gentiloni scrivendo per «Pace e guerra», diretto da Luciana Castellina. Rutelli finendo in carcere per aver invitato alla disobbedienza civile contro il nucleare alcuni militari. Proprio il tema dell’ambientalismo li avvicinerà ma sarà la candidatura a sindaco di Roma di Rutelli a consacrarne il sodalizio.
Da allora il laziale (Rutelli) e lo juventino (Gentiloni: «Ma non fate illazioni sul mio rapporto con l’altro sindaco juventino, Veltroni»), sono rimasti sempre insieme, tracciando scenari, ipotizzando strategie, mangiando surgelati, «perché purtroppo a Francesco della buona cucina non gliene frega niente…».
Fino a oggi. Fino al referendum: «Su questa vicenda nessuno ha cercato di convincere l’altro» ammettono. Il fatto è che la scelta di Rutelli viene da lontano. «Non ho mai condiviso ma nemmeno combattuto il suo percorso individuale di transizione da una posizione laica a una scelta di credente» afferma Gentiloni. «Credo che sia maturata all’inizio del suo mandato da sindaco quando si sposò in chiesa, complice don Achille Silvestrini – ricorda – cosa che noi scoprimmo dopo. Negli stessi anni ci fu l’adozione di un figlio, poi altri due. Ho l’impressione che questa esperienza possa aver influito sulle attuali scelte».
Ci saranno stati altri momenti di crisi? «Discussioni tante, se è per questo. Ma anche momenti galvanizzanti: Rutelli è stato, da trentottenne, il sindaco più giovane nella storia della capitale, con una giunta, per la prima volta composta per metà da donne. Su quella esperienza scrivemmo un libro, “Piazza della Libertà”, dal luogo del nostro comitato elettorale».
Ma anche da sindaco, qualche grattacapo glielo diede? «Mi ricordo quando nel ’95 decise d’intitolare una piazza al ministro fascista Giuseppe Bottai. Menomale che poi la reazione composta della comunità ebraica lo indusse a cambiare idea. Ma Francesco è fatto così».
E’ per questo che il «comunicatore» anche oggi difende il «comunicato»: «Non condivido la critica di chi dice che sul referendum ha fatto una scelta politica, opportunista. Credo che invece sia il frutto di un convincimento fortissimo e per questo lo rispetto».
Ma la solidarietà per l’uomo e l’amico si ferma qui. Poi c’è la politica: «Referendum a parte – chiarisce Gentiloni – la Margherita deve mantenere l’ambizione di essere un partito riformista che concorra a guidare l’Ulivo e non limitarsi a rappresentare solo quella parte del centro-sinistra che viene prima del trattino. Questo è ciò che anche Francesco voleva fare. Spero che non intenda cambiare idea».