La scelta resta un segreto ma Ciampi andrà alle urne

[inline:1]di Marzio Breda, dal Corriere della sera.

ROMA – E Ciampi? Che cosa farà, Ciampi, al referendum del 12 e 13 giugno? Andrà a votare? E se dovesse farlo, opterà per i sì? E, nel caso, per quanti sì? Oppure sceglierà i no? Da qualche settimana è questa la domanda inevasa della politica, il tormentone su cui i capi partito non azzardano scommesse per non stringere il Quirinale in un assedio che sarebbe davvero improprio.
Insomma, dopo che la seconda e la terza carica dello Stato, i presidenti di Senato e Camera, Pera e Casini, allineandosi alle raccomandazioni vaticane, si sono pronunciati apertamente per l’astensione, l’unico interrogativo aperto resta quello sull’inquilino del Quirinale. Il quale «tace e tacerà», spiegano laconici i consiglieri del Colle, perché «il solo far sapere che si potrebbero disertare le urne ha assunto significato di voto».

Sottinteso: se il presidente intervenisse sulla consultazione, potrebbe esercitare un’interferenza indebita dal momento che la partita si gioca ormai sul quorum. Un indizio preciso lascia comunque prevedere che il capo dello Stato si presenterà alla scuola «Giuseppe Mazzini», nel quartiere Trieste, dove è registrato fra gli elettori romani in quanto lì ha mantenuto la residenza. Ci andrà e basta, senza dire (né prima né dopo) i suoi sì o i suoi no, destinati a restare un mistero.
Ci andrà per coerenza con la storia della propria generazione, che il voto lo visse come una conquista dopo il ventennio mussoliniano. Lo suggerisce un suo sfogo del 21 maggio 2000, a San Paolo del Brasile. Quando, pur definendo «ovviamente legittimo» chiedere alla gente di «andare al mare», annunciò che lui non avrebbe mai aderito a simili appelli. «Guardi: ho cominciato a votare a 26 anni, dato che prima non era possibile farlo, e da allora ho votato sempre. Infatti, considero la legge che nel 1946 mi permise di votare una vittoria, un diritto che ritengo di dover esercitare ogni volta in cui sono chiamato a farlo».
Per inciso, pure quel giorno c’era in ballo un referendum, con quesiti molto diversi fra loro (finanziamento ai partiti, separazione delle carriere dei magistrati, abolizione della trattenuta obbligatoria dei contributi per i sindacati, legge elettorale, ecc.). E anche allora era decisivo il quorum – non raggiunto – mentre i Poli dichiaravano la volontà di rettificare alcune norme, non appena chiusi i seggi. Volontà poi dissolta nonostante lo stesso presidente avesse raccomandato che, «a referendum concluso, le parti politiche trovassero modo d’incontrarsi e impegnarsi nell’interesse comune».
Ma se nel 2000 il capo dello Stato ritenne di potersi esprimere, almeno sulla propria «non astensione», perché oggi tace? Di diverso, stavolta, c’è l’offensiva della Chiesa, con il cardinale Ruini sostenuto dal nuovo Pontefice. Il che ha impresso toni da crociata al dibattito, con strappi politici e scambio di anatemi. Un clima così rovente che, se Ciampi intervenisse, il suo potrebbe sembrare un atto sanzionatorio verso la Chiesa. Tale da farne derivare riflessi diplomatici assolutamente indesiderati visto che, pochi giorni dopo il voto, il 24 giugno, Benedetto XVI si recherà in visita di Stato al Quirinale.
Meglio tacere, quindi. Sia perché la materia referendaria sconfina nella morale (ciò che bene o male può consentire alla Santa Sede di pronunciarsi), sia per evitare che si riproduca il gelo del febbraio 2001. Si era alla vigilia delle elezioni politiche e si venne a sapere che il segretario di Stato d’Oltretevere, il cardinale Angelo Sodano, aveva aperto una sorta di consultazioni politiche riservate, «per conoscere i contenuti etici dei programmi elettorali dei partiti». Un’iniziativa che aveva creato «sconcerto» a destra e sinistra e che costrinse il presidente della Repubblica a un richiamo sulla «identità laica dello Stato».