<b>9 Ottobre 2003</b> – Al recente Festival della filosofia Agnes Heller ha tenuto a Carpi una lezione magistrale sulla biopolitica e sulla sua difficile coesistenza con la libertà. La tesi esposta trae fondamento dall'osservazione che l'elemento biologico è in grado di influenzare l'azione politica, senza ricorrere a fenomeni estremi come il razzismo, attraverso delle nuove forme di intervento da parte del potere istituzionale fondate su di un'ideologia che intende medicalizzare la società. La scienza viene impiegata in questi casi per fornire una legittimazione obiettiva al classico scontro amico/nemico, per cui diventa più importante lottare contro qualcuno che per qualcuno. Si finisce inevitabilmente per privilegiare l'istinto di sicurezza piuttosto che il bisogno di libertà. La biopolitica, infatti, non richiede necessariamente l'esercizio della libertà, se non quando essa costituisce un mezzo per raggiungere un determinato fine di regolamentazione dei fattori "privati", spesso "fisici" dell'individuo. Pertanto, la capacità individuale di decisione è destinata a lasciare il posto all'affermazione di rigidi diritti collettivi incentrati sull'esaltazione del gruppo, che si identifica mediante l'adesione a valori apparentemente forti, come la tutela della "vita" o della "famiglia".
Il pensiero corre evidentemente agli interventi che hanno animato negli ultimi giorni il dibattito politico, ovvero, in particolare, sia all'autorevole dichiarazione sulla necessità di punire il consumo personale di droga, sia in relazione alla difficile approvazione in Parlamento della legge sulla fecondazione assistita, il cui iter si era già bloccato l'anno scorso e che rischia di bloccarsi nuovamente per i notevoli contrasti che le scelte della maggioranza determinano in modo trasversale negli schieramenti politici. Ma siamo, comunque, in tempi in cui la sensibilità per le tematiche bioetiche è vertiginosamente cresciuta in corrispondenza del perfezionamento di alcune tecniche scientifiche, anche senza voler trattare necessariamente della nota questione sulla clonazione. Basti pensare alle polemiche in corso sulla intransigente posizione assunta dal Comitato nazionale di bioetica, organismo della presidenza del Consiglio di ministri, sul divieto di ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non solo, ma sicuramente sarà destinato a far discutere il documento che prossimamente sarà esaminato dallo stesso Comitato sulla necessità di approvare una legge che introdurrà il cosiddetto living will ovvero il testamento che consentirà ad ogni cittadino di rifiutare preventivamente l'accanimento terapeutico, in caso di perdita di coscienza a causa di malattia incurabile. Senza voler trascurare l'altra faccia della medaglia ovvero il controllo di legalità sui medici, a garanzia del corretto adempimento dei doveri cui sono chiamati nell'esercizio della loro attività. E' vicenda nota quella del decreto legge emanato nel marzo scorso dal governo sul conflitto di interesse dei sanitari nei rapporti con le case farmaceutiche, emanato sull'onda emotiva di inquietanti casi giudiziari di corruzione, ma non convertito in legge a furor di
SE LA BIOPOLITICA FA A MENO DELLA LIBERTÀ (Il Riformista)
<i>IGNOTO. ISTINTO DI SICUREZZA E MEDICALIZZAZIONE</i>