Quei bimbi nati da surrogata che l’Italia lascia da sei anni senza tutele, diritti e identità legale

Francesca Re

Articolo di Francesca Re, consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni, per Il Dubbio di sabato 14 febbraio

Nel nostro paese, in vigenza dello stesso ordinamento e degli stessi principi costituzionali, accade qualcosa di difficilmente spiegabile: per alcuni bambini lo Stato riconosce tutto, per altri nulla.

La maggior parte dei Comuni trascrive gli atti di nascita formati all’estero a seguito di percorsi di gravidanza per altri (GPA); e dove questo non avviene, i tribunali intervengono per ristabilire la tutela dei minori. Eppure, in una regione, che per riservatezza non nominiamo, un tribunale ha scelto una strada opposta, impedendo a diverse famiglie di vedere riconosciuta l’esistenza giuridica dei propri figli. Da sei anni alcune famiglie attendono che lo Stato riconosca bambini nati all’estero nel 2020 attraverso percorsi leciti e regolamentati. Sei anni di ricorsi, udienze, attese.

Per l’Italia, quei bambini sono ancora senza identità. Non esistono, giuridicamente. O esistono solo a metà. Non hanno un rapporto certo con i genitori che li hanno voluti attraverso un progetto genitoriale complesso. Genitori che da oltre sei anni esercitano pienamente la responsabilità genitoriale: li accudiscono, li crescono, li curano, li amano. Tutto questo, però, per il Tribunale non basta. Perché il loro concepimento avrebbe violato l’ordine pubblico. È così che l’ordine pubblico diventa una clausola di sbarramento: impedisce la trascrizione di atti di nascita validi secondo il diritto dello Stato straniero. Non perché siano falsi o irregolari, ma perché il percorso di nascita si porrebbe in contrasto con i principi che, secondo il tribunale, lo integrano. È bene dirlo senza ambiguità: non si chiede di legittimare una pratica vietata, né di creare un nuovo rapporto di filiazione.

Quel rapporto è già attestato da un atto valido formato all’estero. Qui si chiede soltanto che lo Stato garantisca l’interesse del minore, riconoscendone identità e tutela piena. Nel caso della GPA, questo ordine pubblico viene ricondotto all’articolo 12, comma 6, della legge 40 del 2004, che vieta la surrogazione di maternità a tutela della dignità della gestante. Il ragionamento è tanto illogico quanto spietato: la violazione di quella norma – per un fatto avvenuto all’estero – impedisce oggi la trascrizione del certificato di nascita, a fini dissuasivi. Il risultato è che si sacrifica un diritto fondamentale del minore – la certezza dei rapporti giuridici e familiari – in nome di un principio astratto, per punire i genitori. Un principio che pretende di tutelare la dignità di una donna estranea al procedimento,mai ascoltata, che non ha lamentato alcuna lesione. Il bilanciamento, semplicemente, non c’è. E questo avviene in contrasto con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che afferma come il diritto del minore all’identità personale e alla vita privata impone agli Stati di garantire il riconoscimento di un legame giuridico certo con i genitori intenzionali. Ciò che non è mai consentito è lasciare il bambino in una condizione di incertezza prolungata o di non-esistenza legale. Eppure, in questi casi, l’unico effetto concreto della trascrizione negata è un bambino che rischia l’apolidia.

Neppure la legge Varchi che punisce con la reclusione fino a due anni e una multa anche i cittadini italiani che ricorrono alla GPA all’estero – prevede la decadenza della potestà genitoriale, salvo l’ipotesi indicata dalla circolare del Ministero dell’interno del 2011 in caso di condanna per alterazione di stato. Ne deriva che oggi questi bambini sono sospesi in un limbo, in attesa che lo Stato riconosca ciò che di fatto già sono: figli di due genitori che li hanno voluti e che ogni giorno se ne prendono cura. Tutelare i nati non significa legittimare la GPA in Italia. La legge può vietare una pratica, ma non può cancellare un minore. E se un giudice confonde la punizione con la protezione, non sta difendendo l’ordine pubblico: sta negando tutela e giustizia.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.