<b>14 Novembre 2003</b> – Londra – Parlare di sex selection oggi in Italia può sembrare un azzardo. Alla fine del mese il Senato è chiamato a votare un disegno di legge sulla fecondazione assistita così discriminatorio e scientificamente insensato da far apparire il dibattito internazionale sulla possibilità di scegliere il sesso dei propri figli come un lusso che non possiamo permetterci. Ma le notizie che arrivano in materia dalla Gran Bretagna rappresentano invece una buona occasione per gettare lo sguardo oltre le miserie del policy-making italiano. E per sfatare qualche luogo comune su una pratica che, pur sollevando seri problemi di ordine etico e sociale, potrebbe non meritare la pessima fama che ha. Quella di porta d'ingresso dell'Occidente nell'inferno del sessismo e del children design.
La notizia è semplice: la Gran Bretagna si appresta a vietare la selezione del sesso per scopi diversi da quelli medici. Le coppie che rischiano di mettere al mondo un bambino affetto da una malattia genetica legata al sesso – come la distrofia muscolare di Duchenne che colpisce solo i maschi – saranno autorizzate a selezionare gli spermatozoi portatori del cromosoma sessuale giusto o a ricorrere alla diagnosi preimpianto degli embrioni prodotti con fecondazione assistita in modo da trasferire in utero solo quelli del sesso desiderato. Chi vuole ricorrere a queste tecniche per ragioni diverse – per esempio per appendere finalmente un fiocco rosa dopo tanti fiocchi blu, oppure per motivi etnico-religiosi – dovrà invece rassegnarsi ai capricci del destino o recarsi in qualche clinica privata negli Stati Uniti. Per arrivare a questa decisione l'Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) ha lavorato un anno, mettendo insieme la letteratura scientifica internazionale, lanciando una consultazione pubblica che ha raccolto oltre 600 contributi, un sondaggio d'opinione che ha coinvolto oltre 2000 persone e diversi focus group. Ha registrato le ansie della pubblica opinione, nettamente schierata contro la selezione sessuale sia nella forma di sperm sorting che di diagnosi preimpianto, ma non ha tradito l'illuminata tradizione del policy-making britannico.
Sebbene la maggioranza dei soggetti coinvolti nella consultazione si fosse espressa contro la sex selection anche in presenza di ragioni mediche, l'Hfea è andata dritta per la sua strada senza cadere nell'errore di credere che decidere in base ai poll sia una forma di democrazia. Ha soppesato il rapporto rischi-benefici, si è guardata bene dal demonizzare chi vorrebbe ricorrere alla pratica per ragioni private come il family balancing e non ha escluso la possibilità di aprire ulteriori spiragli se in futuro le preoccupazioni di natura etico-sociale dovessero essere ridimensionate e le nuove tecniche si dimostrassero sicure oltre che efficaci. Siamo lontani anni luce, insomma, dal conservatorismo espresso in materia nel recente rapporto del President's Council on Bioethics di Bush – Beyond therapy: biotechnology and the pursuit of happiness – e dalle distinzioni manichee di certa bioetica confessionale.
La Catholic Bishops' Conference per esempio ha risposto alla consultazione britannica argomentando che il ricorso alla tecnica sarebbe inaccettabile, perché rappresenta un passo verso la produzione industriale dell'uomo, mentre l'intenzione di per sé non lo è perché in alcuni casi le coppie sposate possono scegliere di avere regolari rapporti sessuali in condizioni tali da massimizzare le probabilità di concepire un maschio o una femmina. I vescovi alludono addirittura a un sistema naturale che garantirebbe un improbabile 95% di successi, ma sfortunatamente non scendono in dettagli. Questione di posizioni o di timing, chissà. Cert'è che alla luce di questo doppio binario etico viene da chiedersi insieme a John Harris: «Se non è disdicevole desiderare una bella bambina, perché mai sarebbe sbagliato ricorrere alla tecnologia come a una sorta di fatina buona in grado di esaudire il desiderio?». L'idea che la semplice disponibilità di una tecnica basti per scatenare chissà quale corsa alla selezione con tanto di discriminazioni a danno delle donne e sbilanciamento numerico tra i due sessi del resto è smentita dalla letteratura.
Gli ultimi dati arrivano da Gran Bretagna e Germania e sono stati pubblicati da Edgar Dahl su Human Reproduction: la stragrande maggioranza delle persone non ha preferenze oppure desidera una famiglia equilibrata, mentre la minoranza che dimostra una precisa propensione è spaccata a metà tra fiocchi rosa e fiocchi blu. Insomma si può discutere di come cercare di bilanciare al meglio le preoccupazioni etico-sociali con l'esercizio delle libertà personali in ambito procreativo, ma per farlo è bene ripulire la scena da qualche feticcio di troppo.
Il lato più oscuro della selezione del sesso ha ben poco a che fare con le biotecnologie e ha le sue radici fuori dall'Occidente: molti studi hanno rilevato un rapporto sbilanciato tra i sessi alla nascita in posti come la Cina e l'India del nord (117 maschi/100 femmine) o la Corea del sud (110/100) dove la recente industrializzazione ha ridotto le dimensioni dei nuclei familiari senza cancellare la preferenza storica per i figli maschi, che contribuiscono maggiormente al benessere economico della famiglia e alla cura dei genitori in età avanzata. I demografi iniziano a parlare di sex selection quando nascono oltre 106 maschi ogni 100 femmine e le stime più recenti indicano che questo spartiacque è stato superato anche fuori dall'Asia: dal Venezuela (107/100) a Cuba (118/100), ma anche in Egitto (108,7/100) e in alcuni stati caucasici dove si è arrivati a un picco di 120 a 100. Una bella porzione di mondo dove certo pratiche hitech come lo sperm sorting e la diagnosi preimpianto sono una rarità, mentre si può ricorrere più facilmente agli aborti selettivi in seguito alla determinazione del sesso per via ecografica. Se la colpa fosse davvero della tecnica, insomma, la scure dei divieti dovrebbe colpire per prima cosa le ecografie.
SÌ ALLA SEX SELECTION PER I FIGLI, SIAMO INGLESI (Il Riformista)
<i>Scienze. Altrimenti si ricorre alla pratica degli aborti selettivi, come in cina</i>