Lavinia e Rebecca, il desiderio di diventare madri e la legge italiana che non lo permette

Rebecca e Lavinia

Prima di iniziare il percorso per diventare madri che le ha portate in Spagna, Lavinia e Rebecca hanno fatto una scelta che oggi, alla luce della nascita nei giorni scorsi del loro bambino, si è rivelata importante anche sul piano giuridico: seguendo il consiglio di Filomena Gallo, avvocata e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, hanno formalizzato la loro relazione attraverso un’unione civile all’Anagrafe di Roma.

Un passaggio che permetterà di affrontare con maggiore autonomia alcuni degli ostacoli burocratici legati al riconoscimento del figlio. Perché diventare madri con la procreazione medicalmente assistita, PMA, è una strada tortuosa.

La legge italiana esclude dall’accesso alla PMA le donne single e le coppie di donne, così sono dovute andare in Spagna, come molte prime di loro. La storia di Lavinia e Rebecca è quella di una coppia che da quattordici anni condivide vita, progetti e desideri e che oggi è felice per l’arrivo di Elio. Ma è anche la storia di una discriminazione che, proprio attraverso l’esperienza concreta, mostra quanto possa incidere sulla vita quotidiana.

La PMA non dovrebbe essere un diritto solo per alcune e proprio per superare questa discriminazione strutturale della legge 40, l’Associazione Luca Coscioni ha avviata la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “PMA per tutte”. L’obiettivo è raccogliere 50.000 firme in sei mesi per portare in Parlamento una modifica dell’articolo 5 della legge 40/2004 e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita anche alle donne single e alle coppie di donne, oggi escluse dalla normativa. La vicenda di Lavinia e Rebecca aiuta a capire cosa significhi, concretamente, vivere questa esclusione.

Quando avete capito di essere discriminate in quanto coppia di donne?

Stiamo insieme da quattordici anni. Ci siamo conosciute quando eravamo molto giovani, a Barcellona. Da allora abbiamo vissuto diverse fasi della nostra vita tra Roma e Barcellona. Non abbiamo mai vissuto il fatto di essere una coppia di donne come qualcosa che potesse mettere in discussione il nostro desiderio di famiglia.

Quello che, forse, avevamo dato per scontato era che per noi avere un figlio riconosciuto dovesse necessariamente passare dalla Spagna o dagli altri Paesi in cui la PMA è già possibile per tutte. Quando si è una coppia di donne, sembra quasi che sia stato un figlio “stabilito” così: si va all’estero, si sceglie una clinica e si comincia il percorso. Lo consideravamo un dato di fatto, una strada ormai consolidata.

Solo confrontandoci con l’Associazione Luca Coscioni abbiamo iniziato a comprendere fino in fondo quanto questa situazione fosse legata a una vera e propria discriminazione prevista dalla legge italiana.

Prima di iniziare il percorso avete scelto di unirvi civilmente. Perché?

Circa un anno e mezzo fa abbiamo parlato con Filomena Gallo, che ci ha consigliato di procedere con l’unione civile. Nel 2025 ci siamo quindi unite civilmente all’Anagrafe di Roma. È stato un passaggio importante. Ci ha permesso di procedere con maggiore autonomia e di evitare alcuni ostacoli burocratici che altrimenti avremmo dovuto affrontare. A posteriori ci rendiamo conto di quanto sia stato importante aver fatto questo passo prima dell’arrivo di nostro figlio perché semplifica le procedure per il riconoscimento.

In Italia in quanto coppia di donne la PMA è illegale e quindi avete guardato alla Spagna, quanto vi è costato?

È stato un percorso lungo e costoso che nel nostro Paese non avremmo potuto neanche iniziare. Avevamo alcune care amiche di Roma che avevano già affrontato la PMA e che ci hanno consigliato una clinica di Barcellona connessa anche con l’Italia. Complessivamente, ad oggi, ci è costato circa 22 mila euro, che abbiamo dovuto sostenere in pochi mesi.

È una cifra che comprende anche tutte le spese collegate. Alcuni farmaci hanno rappresentato per noi un costo significativo. Per esempio, abbiamo speso circa 200 euro al mese solo per l’eparina, senza poter beneficiare delle stesse forme di esenzione previste per altre situazioni. Anche sul piano fiscale ci siamo trovate davanti ad alcune complessità perché non tutte le spese sono scaricabili.

Alla fine, il punto è uno: non abbiamo semplicemente sostenuto il costo di un percorso medico. Abbiamo sostenuto il costo di dover andare all’estero per poterlo fare e tutto lo stress psicofisico di dover viaggiare all’estero ripetutamente, in un momento già molto delicato a causa delle terapie connesse con il piano terapeutico della PMA stessa.

Come sta andando la gravidanza e cosa succederà dopo la nascita?

Il 13 gennaio abbiamo fatto il test di gravidanza, che è risultato positivo. Da quel momento la gravidanza è stata seguita dalla clinica italiana affiliata, secondo un percorso sostanzialmente analogo a quello di una donna eterosessuale. Il nostro bambino si chiamerà Elio. Abbiamo già fatto il prericonoscimento all’Anagrafe e, alla nascita abbiamo completato gli adempimenti necessari.

Qual è stato l’ostacolo più grande che avete incontrato?

Paradossalmente, non possiamo dire di aver incontrato grandi difficoltà personali o relazionali. Siamo state fortunate, abbiamo intorno persone che ci vogliono bene e ci rispettano. Il problema più grande è stato un altro: non poter fare in Italia il percorso che desideravamo intraprendere.

E questo significa affrontare viaggi, costi, organizzazione, tempi e una serie di passaggi che una coppia eterosessuale italiana non è necessariamente costretta ad affrontare. È proprio questo che abbiamo capito meglio grazie al confronto con l’Associazione Luca Coscioni: quella che per noi sembrava semplicemente una procedura “normale” per una coppia di donne è in realtà il risultato di una precisa esclusione normativa.

Come avete vissuto l’attesa di Elio e come pensate di raccontargli la sua storia?

Quando affronti un percorso di PMA, tutto è molto programmato: ci sono appuntamenti, terapie, controlli, attese. Non è una gravidanza arrivata inaspettatamente. È una scelta che abbiamo costruito e desiderato. Abbiamo iniziato anche un percorso di terapia di coppia per essere preparate al meglio.

Ad Elio diremo la verità: che è stato fortemente voluto, che c’è stato un donatore e che è nato dall’amore e dal desiderio di costruire una famiglia. Vogliamo che sappia quanto è stato desiderato.

Perché avete deciso di raccontare pubblicamente la vostra esperienza?

Perché vorremmo che si capisse che non è inevitabile andare all’estero. Non dovrebbe essere questa la strada obbligata. La legge dovrebbe permettere alle persone di costruire la propria famiglia senza dover affrontare una discriminazione economica, geografica e burocratica. Per questo vogliamo contribuire alla raccolta firme per “PMA per tutte”.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.