Dover andare all’estero per una donna single trasforma la PMA in un problema economico: la storia di Katia

Katia Bianco

Ad un certo punto, dopo  tre tentativi di cui il secondo partito con una gravidanza e successivo aborto alla 6° settimana, Katia ha dovuto rinunciare, non perché avesse smesso di desiderare un figlio. Non perché fosse venuto meno il suo progetto di maternità. Ma perché continuare a seguire un percorso di procreazione medicalmente assistita all’estero era diventato economicamente troppo difficile.

I viaggi, le visite, i trattamenti, i soggiorni e gli investimenti necessari per affrontare ogni nuovo tentativo avevano raggiunto un costo che non poteva più sostenere. Katia oggi ha 46 anni, è un’architetta e una libera professionista. È anche la prima firmataria alla Camera dei Deputati della proposta di legge di iniziativa popolare “PMA per tutte”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni.

La sua storia mostra una delle conseguenze concrete dell’attuale disciplina italiana: l’articolo 5 della legge 40 del 2004 consente l’accesso alla PMA alle coppie maggiorenni di sesso diverso. Sono escluse le donne single e le coppie di donne a cui è vietato accedere alle tecniche di PMA consentite in altri Paesi e per questo devono rivolgersi a strutture all’estero. Una delle tante conseguenze odiose e discriminatorie di questa normativa è che la possibilità di andare all’estero non è uguale per tutte: richiede risorse economiche, tempo, organizzazione e la possibilità concreta di sostenere un percorso che può richiedere più tentativi.

È anche per superare questa discriminazione strutturale che l’Associazione Luca Coscioni ha promosso la proposta di legge di iniziativa popolare PMA per tutte, che chiede di modificare l’articolo 5 della legge 40/2004 per consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita anche alle donne single e alle coppie di donne. Nel giugno 2026 è partita la raccolta delle 50mila firme necessarie per portare la proposta in Parlamento, nei giorni scorsi è stata superata la soglia delle 40mila. Ora serve un ultimo sforzo come anche la stessa Katia ci ricorda.

Quando hai iniziato a pensare concretamente alla possibilità di diventare madre con la PMA?

Non pensavo nella mia vita di fare questo percorso, l’aspirazione era incontrare un compagno con cui creare una famiglia. Per diverse vicissitudini, però, questa persona non l’ho incontrata. Prima del Covid a 38 anni, ero anche molto precaria dal punto di vista lavorativo, in una condizione di instabilità economica. Quando invece ho iniziato a maturare questa possibilità della PMA, mi sono scontrata con il Covid che mi ha fatto perdere 2 anni arrivando a 42 anni. 

Quando ho iniziato con la ricerca  della clinica non sapevo come valutare i risultati. Nel mentre ho conosciuto una ragazza di 35 anni che era in procinto di fare questo percorso a Valencia, e così mi sono “aggregata”. Assieme abbiamo formato un gruppo Whatsapp di mamme single Pugliesi. Ognuna di loro è stata utile  come supporto più concreto e ha creato una confidenza e un sostegno emotivo. 

È stata una scelta consapevole o motivata dalla voglia di diventare mamma?

Prima di iniziare questo percorso ho intrapreso un percorso di analisi perché non volevo semplicemente pensare ‘Voglio avere un figlio’, ma capire se stessi facendo la scelta giusta, se fossi pienamente consapevole. Quando ho fatto chiarezza in me stessa mi sono detta che potevo iniziare.

Come è andata in principio?

È stato un percorso mentalmente difficile, inizi tenendo conto del calendario e i giorni di ovulazione, ciò  determinano cosa fare, tipo:  programmare gli appuntamenti con il ginecologo che deve assolutamente essere disponibile perché le procedure vengono fatte in determinati orari e il monitoraggio degli ovuli deve essere effettuato regolarmente in primissima mattina per essere poi inviate alla clinica. Poi si susseguono iniezioni di siringhe fatte ad orari prestabiliti – ed io ho dovuto anche imparare a farle per non disturbare amici e parenti – compresse e cerotti di ormoni.

Finchè la clinica ti avvisa due giorni prima che per il giorno X devi essere sul posto e così  parte l’ansia della partenza, perchè pur comprando il biglietto ci sono delle variabili su cui tu non hai assolutamente il controllo, tipo se il volo viene cancellato, o se perdi le coincidenze, come il pensiero di custodire le medicine in borse frigo e con la preoccupazione che non vengano sottratte durante i controlli all’aeroporto. E poi giungi in una città, nel mio caso Valencia, in cui ti trovi da sola ad affrontare l’ultimo step.

A 43 anni sapevo, in quanto i medici mi avevano avvertito, che non avevo molte possibilità di diventare mamma con i miei ovuli, ma ho voluto provarci e la mia speranza era rivolta ai  3 ovuli fecondabili, ma solo uno è stato fecondato con successo. Durante il viaggio del rientro a Bari, 24 ore dopo l’intervento, mi era giunta la mail con l’esito negativo sulla sua fecondazione. Sono tornata a casa delusa e amareggiata. A quel punto avevo già speso più 8 mila euro.

Dopo il primo tentativo hai deciso di continuare?

Sì, ma ho cambiato anche percorso, scegliendo l’impianto di un embrione già formato. Scelta difficile da accettare perché non è il “tuo” ovulo, ma una coppia che dona un embrione compatibile al mio gruppo sanguigno. Anche in questo caso non sono stata fortunata, perché la felicità di essere rimasta incinta si è spenta dopo sei settimane con un aborto spontaneo.

Quel giorno era presente la mia amica a farmi il video in quanto si sarebbe dovuto sentire il battito del cuore, ma nulla. E stato un momento molto doloroso. Sei mesi dopo ho ritentato  per la terza volta, questa volta sono stati impiantati 2 embrioni,  ma anche in questo caso gli embrioni non hanno attecchito. A quel punto con una spesa già sostenuta di 15 mila euro, ho pensato di rivalutare clinica e ginecologo ma sono sopraggiunti problemi familiari ed economici.  

E qui che hai dovuto dire basta?

Non proprio, confidavo lo scorso anno che la Corte Costituzionale modificasse l’art. 5 della Legge 40, così da poterci provare in Italia. Purtroppo c’è stato  il nulla di fatto e, ad oggi con i problemi in famiglia e di lavoro, l’impegno economico non mi ha permesso più di continuare. Ora accetto il fatto che, almeno, ci ho provato e va bene così. La mia missione, se si può dire, è cercare di dare un contributo a chi verrà dopo di me, alle donne singole o in coppia che vogliono diventare mamme per poterlo fare qui in  Italia, per questo ho firmato la proposta di legge. 

Che cosa vorresti cambiasse per le donne che verranno dopo di te?

Il problema non è solo la PMA, in Italia c’è un totale silenzio sui temi legati alla salute riproduttiva, totalmente distaccato dalla realtà. La scelta della maternità si scontra con le scelte lavorative. Ma è il contesto di Paese in cui viviamo, dove con difficoltà, e non sempre accade, l’età in cui si raggiunge il  giusto equilibrio tra lavoro e aspetto economico supera i 35 anni. Ma a quel punto si è già nella fase di discesa della fertilità. Nel mio caso, per quanto mi sentissi giovane a 40 anni, il mio corpo era vecchio per concepire.

Inoltre, il contesto culturale, o di sistema, stabilisce il tuo percorso di  scuola, lavoro, matrimonio e  figli. Il tutto deve o procedere all’interno di quel perimetro, oppure devi rientrare tra quelle persone privilegiate che hanno i soldi e possono andare all’estero. Io ho avuto la possibilità di provarci, possibilità di affrontare un percorso difficile, anche economicamente.

E oggi posso raccontare cosa significa. Vorrei che tutte le  donne che avessero il desiderio di maternità possano avere semplicemente  una possibilità in più di SCELTA e che non fosse il conto in banca a decidere chi può permettersi di inseguire questo desiderio. Per questo anche io voglio ricordare a tutti e tutte di firmare PMA per tutte.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.