Se sei una donna single, in Italia non puoi accedere alla Procreazione Medicalmente Assistita, lo sapeva bene Manuela Cordova quando ha scelto di diventare comunque madre.
Il suo desiderio di maternità è stato più forte di un divieto ingiusto e discriminatorio, che colpisce allo stesso modo donne single e coppie omosessuali, negando loro il diritto all’autodeterminazione riproduttiva. Così Manuela, avvocata romana di 48 anni, ha fatto quello che tante altre donne italiane sono state costrette a fare: ha attraversato un confine. È andata in Spagna, dove la PMA per le donne single non è reato, ma un diritto riconosciuto, e ha realizzato quel desiderio di maternità che nel nostro Paese le veniva negato solo per il fatto di essere sola.
È per superare questa discriminazione strutturale che l’Associazione Luca Coscioni ha avviato la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “PMA per tutte“. L’obiettivo è raccogliere 50.000 firme in sei mesi per portare in Parlamento una modifica dell’articolo 5 della legge 40/2004. In appena due mesi sono state superate le 35.000 firme, segno di una sensibilità diffusa verso un tema che tocca migliaia di donne e di famiglie italiane, reali ma giuridicamente invisibili.
La proposta punta ad aprire l’accesso alla PMA anche alle donne single e alle coppie di donne, oggi escluse e dunque discriminate dalla normativa vigente. Una discriminazione che non riguarda solo l’accesso alla tecnica medica, ma che si riverbera in mille aspetti concreti della vita quotidiana di chi, come Manuela, ha scelto la maternità in solitaria. Oggi Manuela è madre di Federico, nato nell’aprile del 2023, e ha scelto di raccontare la sua storia.
Come è nato il suo desiderio di maternità, e come si è trasformato nella decisione di diventarlo da sola?
Ho sempre avuto il desiderio di maternità, ma tra la vita, il lavoro e le esperienze formative non è mai arrivato il momento giusto. Le mie relazioni non erano probabilmente quelle giuste. Verso i 38-39 anni questo desiderio si è fatto più forte, in quel momento non avevo una relazione, o meglio, era fallito un “tentativo” di relazione. Per me, però, fare un figlio da sola sembrava lontanissimo, desideravo la coppia, volevo tutto il pacchetto completo, ero “abituata” all’idea di famiglia tradizionale. A un certo punto sono entrata in una grandissima crisi.
Così ho intrapreso un percorso di terapia per interrogarmi profondamente: potevo davvero rinunciare a questo desiderio? La mia terapeuta mi ha aiutato a capire se volevo procedere con quello che avevo, oppure lasciarlo da parte. Ho cercato un silenzio interiore. Dico sempre che, nel momento in cui vedevo solo problemi, ho visto ad un certo punto tante soluzioni. Non volevo rinunciare, ed ero pronta a imbarcarmi in questa avventura.
Perché ha dovuto rivolgersi a una clinica spagnola, e come ha vissuto questa scelta con la sua famiglia?
All’inizio mi sembrava quasi normale pensare che qui in Italia non si potesse fare. Ma considerando che prima del 2004 questo accesso era consentito, e che la nuova legge ha introdotto un chiaro pregiudizio verso le coppie omosessuali e le donne single, ho capito che si trattava di un’ingiustizia. Ho fatto un colloquio con una ginecologa ed anche con una psicologa di una clinica spagnola con base anche a Roma, e poi sono dovuta andare in Spagna per il trattamento. È andato tutto bene. La parte sfidante per me è stata dirlo alla mia famiglia.
All’inizio ad esempio mio fratello non era favorevole, era preoccupato per gli eventuali problemi, le difficoltà, ma poi ha compreso il mio desiderio. I miei amici (chi sapeva che avrei tentato) sono stati invece da subito entusiasti e supportivi.
Io, nel frattempo, mi ero informata moltissimo, avevo letto tantissimo. Tutti gli studi dicevano che se si è in una famiglia sana, se si è amati, non ci sono grandi drammi. Anche nella mia famiglia quindi alla fine sono stati tutti felici quando ho annunciato di essere incinta. Mia madre stessa ha iniziato a raccontare la mia esperienza. In generale ho sempre ricevuto reazioni positive, di ammirazione quasi, dicendomi che avevo fatto bene ed ero stata coraggiosa.
Cosa significa oggi essere una famiglia monogenitoriale in Italia, dal punto di vista pratico e burocratico?
Ho sempre raccontato a Federico le sue origini, e per ora ci concentriamo principalmente sul concetto di diversità familiare. Gli leggo anche spesso un libro che spiega, con parole semplici, la figura del dottore che ha aiutato la mamma, la storia del “semino” e dell’ “ovetto” nella pancia. Mio figlio ha capito benissimo che esistono famiglie diverse. A scuola l’ho raccontata subito la nostra storia, e non ho mai avuto reazioni negative.
Il problema è la burocrazia: non esiste una casistica che preveda la nostra figura, che tecnicamente sarebbe considerata illegale. Non abbiamo diritto alla maggiorazione dell’assegno unico dell’INPS, perché nessuno valuta che una famiglia monogenitoriale sostiene spese che una famiglia di coppia non ha. Chi è genitore solo affronta un carico di incombenze enorme: non hai altri nonni, altri zii su cui contare.
E poi c’è il costo economico: il fatto che in Italia questo percorso non sia legale costringe le donne ad avere una disponibilità economica importante. Parliamo di circa 15mila euro. Conosco persone che hanno dovuto chiedere prestiti per farlo. Se fosse consentito anche in Italia, anche solo nel privato, si abbatterebbero le spese di viaggio, di soggiorno, e potresti avere la famiglia vicina in un momento così delicato.
Quali sono state le difficoltà pratiche affrontate dopo la nascita di Federico?
Mi sono organizzata da sola, e per fortuna è andato tutto bene: ho fatto un parto naturale e sono riuscita a registrare Federico all’anagrafe direttamente in ospedale, abbastanza facilmente. Conosco però mamme che sono dovute andare in sedia a rotelle all’anagrafe dopo un cesareo per fare la stessa registrazione.
La prima domanda che ti fanno è sempre in Italia: ‘Non c’è il padre?’ E allora cosa devo scrivere? Mi capita spesso di dover spiegare la nostra situazione, come se fosse qualcosa di strano, come se fossimo una famiglia strana. Per lo Stato sei una ragazza madre abbandonata, non una donna che ha scelto consapevolmente la PMA.
All’iscrizione al nido, per esempio, ho dichiarato tutto, ma è arrivata comunque una comunicazione dal Municipio che segnalava l’assenza del nome del padre. Non è un episodio così frequente e non me la prendo più di tanto, ma di fatto esiste. Da avvocata dico sempre che è la legge a doversi adeguare alla realtà: le coppie omosessuali esistono, noi madri single esistiamo, e continueremo a farlo, portando i nostri soldi alle cliniche estere.
Hai delle preoccupazioni per il futuro?
Il timore che mi resta riguarda soprattutto la scuola: che Federico venga stigmatizzato, che stia male per il fatto di non conoscere del tutto le sue origini, che si senta giudicato o diverso, magari in occasione della festa del papà. Al nido siamo stati fortunati, abbiamo trovato un ambiente favoloso. La mia speranza è che questa realtà venga normalizzata. Io cerco di trasmettergli che è stato un bambino fortemente voluto, che sua madre ha lottato perché lui ci fosse, che è stato amato da prima che arrivasse nella mia vita. Spero che questo lo aiuti, e che gli basti.
Una famiglia come la nostra è una minoranza rispetto alla maggior parte, con un papà e una mamma, per questo bisogna non solo contribuire alla raccolta firme ma poi bisogna continuare a parlarne perché è necessario renderlo normale, per noi e per i nostri figli, ma anche per tutte le donne del futuro.
L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.