Il caso è quello di “Paola”, malata di Parkinson bolognese, accompagnata in Svizzera da Felicetta Maltese e Virginia Fiume, volontarie di Soccorso Civile, che si sono autodenunciate insieme a Marco Cappato: sono indagati per un reato punito con il carcere da 5 a 12 anni
Filomena Gallo in udienza: “Il problema non è più interpretare il requisito del trattamento di sostegno vitale, ma verificarne la ragionevolezza costituzionale”. Marco Cappato commenta: “Nell’inerzia del Parlamento, mi auguro che la Consulta ponga fine alla discriminazione di persone costrette ad andare in Svizzera per un diritto che hanno in Italia”
Nelle scorse ore si è svolta l’udienza pubblica presso la Corte costituzionale* sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dal GIP di Bologna nel procedimento a carico di Marco Cappato, Felicetta Maltese e Virginia Fiume per l’aiuto prestato a Paola Ruffi, cittadina bolognese affetta da Parkinson, accompagnata nel 2023 in Svizzera per accedere al suicidio assistito. La sesta udienza a seguito di questione di legittimità sollevata da un tribunale ed è l’ottava volta che che la Corte discute di fine vita includendo sia legge regionale della Toscana e l’ammissibilità del referendum sull’articolo 579 del codice penale.
Felicetta Maltese e Virginia Fiume, volontarie di Soccorso Civile, e Marco Cappato, in qualità di responsabile legale dell’Associazione, si sono autodenunciati per averla aiutata. Il reato contestato è quello di aiuto al suicidio, punito con una pena da 5 a 12 anni di reclusione.
La questione sottoposta alla Corte riguarda ancora una volta il requisito dei trattamenti di sostegno vitale previsto dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. Secondo quella decisione, una persona può accedere legalmente al suicidio assistito se è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili, è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ed è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.
Paola Ruffi possedeva tutti questi requisiti, a eccezione dell’ultimo. Non dipendeva infatti da macchinari o da trattamenti salvavita in senso tradizionale, ma da assistenza continuativa. Proprio per questo il GIP di Bologna ha chiesto alla Corte di verificare se il requisito del trattamento di sostegno vitale sia ancora costituzionalmente ragionevole quando tutti gli altri presupposti risultano presenti.
Nel corso dell’udienza l’avvocata Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e difensora delle parti, che ha coordinato il collegio legale (che, nella discussione pubblica, è stato formato anche dalle avvocate Benedetta Liberali, Irene Pellizzone e dall’avvocato Francesco Di Paola) ha dichiarato: “Abbiamo chiesto alla Corte di porre fine a una discriminazione che oggi dipende non dalla sofferenza della persona o dalla gravità della malattia, ma dal modo in cui quella malattia si manifesta o viene trattata. La Costituzione non può chiedere a una persona di peggiorare, di attendere un ulteriore aggravamento o di dipendere da un macchinario per vedere riconosciuta una libertà che, sotto ogni altro profilo, le appartiene già. Per questo riteniamo che sia arrivato il momento di verificare la ragionevolezza costituzionale del requisito del trattamento di sostegno vitale”.
➡ Dichiarazione di Marco Cappato
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Anche dopo le sentenze della Corte costituzionale continuano a verificarsi situazioni in cui persone che avrebbero diritto all’aiuto medico a morire sono costrette a andare all’estero o ad attendere il peggioramento della propria condizione. Per questo continuiamo ad assumerci pubblicamente la responsabilità di aiutarle autodenunciandoci. Ci auguriamo che la Corte prenda una decisione in grado di superare le discriminazioni tra malati, anche considerando l’inerzia del Parlamento.
➡ L’intervento di Roberto
È intervenuto da remoto nel giudizio anche Roberto, paziente oncologico cui è stato negato l’accesso al suicidio assistito per la presunta mancanza del requisito del trattamento di sostegno vitale. Queste, le sue parole:
Nel 2018 il mio tumore è divenuto più attivo, avviando il mio peggioramento lento e senza sosta. Ora sono segnato dalle crisi epilettiche, dalla debolezza, dalla difficoltà a camminare, dai problemi di equilibrio, dagli innumerevoli effetti che il tumore genera per la sua forma diffusa che lo fa agire su aree diverse del sistema nervoso, sia centrale che periferico.
Non ho voluto un intervento chirurgico perché la forma stellare e la diffusione impediscono la rimozione del cancro, che verrebbe a malapena ridotto. L’intervento, inoltre, comporta rischi di paralisi degli arti, perdita della parola e, vista la vicinanza di una delle principali arterie cerebrali, anche di coma. Non conoscendo la tipologia, la chemioterapia sarebbe inefficace mentre la radioterapia è impossibile per la forma del tumore. Il mio status è sempre più difficile da sopportare, ormai fatico a tollerare la mia vita per la perdita di autonomia e dignità.
Cammino solo con deambulatore o bastone. In molti momenti della giornata sono assente e confuso, soprattutto sul finire del giorno, perciò non sono più in grado di avere una normale vita sociale. Inevitabile aspirare a porre fine alla mia vita e questo mi induce a considerare insoddisfacente e grave il fatto che chi desidera percorrere come ritiene adeguato la fase finale della sua vita veda i suoi diritti ignorati: è costretto ad affidarsi al tribunale sperando così di superare l’assenza di una legge, conseguenza dell’inerzia del legislatore, che si ostina a non deliberare così da soddisfare l’aspettativa di oltre il 70% della popolazione, favorevole al suicidio assistito e al suo inserimento nella legislazione nazionale.
Inserimento che deve avvenire in modo adeguato così che si apra un percorso chiaro e privo di incertezze, che consenta, a chi lo desidera, di concludere la sua esistenza senza doversi più confrontare con la rigidità di ASL che, nel vuoto di legge, affermano la propria posizione ideologica negativa sul suicidio assistito, lasciando così soffrire i pazienti. L’Italia ha bisogno di una legge chiara, che apra senza incertezze la strada per porre fine alla propria vita quando comporta insopportabile sofferenza e perdita di autonomia e dignità
➡ L’intervento di Carlo e Marco Gentili
Sono, quindi, intervenuti anche Carlo e Marco Gentili, persone affette da SLA che chiedono di non essere discriminate in futuro qualora decidessero di ricorrere al suicidio medicalmente assistito.
↓ LA VIDEO DICHIARAZIONE DI CARLO E MARCO GENTILI↓
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La decisione della Corte riguarda direttamente il nostro futuro. Per questo motivo siamo intervenuti nel giudizio e abbiamo voluto essere presenti fisicamente in Corte. Conviviamo con la SLA dall’infanzia e dipendiamo in tutto dall’assistenza di nostra madre e delle persone che ci aiutano ogni giorno. Oggi non vogliamo morire. Ma riteniamo che il riconoscimento di una libertà fondamentale non debba dipendere dalla presenza di un macchinario o da uno specifico trattamento sanitario.
Chiediamo che, qualora un giorno decidessimo di intraprendere questo percorso, la nostra situazione sia valutata secondo criteri uguali e ragionevoli, senza discriminazioni legate alla tipologia della malattia o delle cure ricevute.
Per noi questa non è una questione teorica. È la possibilità di affrontare il futuro con la serenità di sapere che, se la nostra condizione dovesse diventare per noi insopportabile, non saremo esclusi da una scelta che la Costituzione già riconosce ad altri cittadini che si sono trovati nelle nostre stesse condizioni sostanziali.
Avevano inoltre chiesto di intervenire “Stefano“ e “Mariasole“ (entrambi nomi di fantasia). “Stefano”, dopo avere ricevuto due dinieghi da parte della propria ASL nonostante fosse sottoposto a ossigenoterapia, terapia insulinica e catetere permanente, è morto prima della decisione della Corte sull’ammissibilità dell’intervento.
“Mariasole“, affetta da una grave forma di parkinsonismo degenerativo, ha ottenuto il riconoscimento dei requisiti solo dopo mesi di attesa, una diffida, un ricorso d’urgenza e un aggravamento clinico che l’ha condotta al rifiuto della nutrizione artificiale. Anche lei è morta. La Corte, decidendo sull’ammissibilità degli interventi, ha chiarito che l’interesse a intervenire nel giudizio costituzionale è personalissimo e non può essere trasmesso agli eredi.
➡ Approfondimento: Il Fine vita in Corte costituzionale
Nota: Il collegio di difesa e studio è stato composto dagli avvocati Filomena Gallo, Marilisa D’Amico, Francesco Di Paola, Benedetta Liberali, Irene Pellizzone, Francesca Re, Alessia Cicatelli, Niccolò Panigada, Roberto D’Andrea.
L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.