Stamina, arriva lo stop del ministro

La Stampa
Paolo Russo

ROMA – Cala definitivamente il sipario sulla vicenda Stamina. «È una conferenza stampa che non avrei mai voluto fare» dice con un fondo di commozione il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, prima di leggere le righe finali del documento di presa d’atto di quanto già deciso dal comitato di super esperti su malattie neuro degenerative e staminali, ossia «che la sperimentazione non può ulteriormente essere proseguita». Uno stop che manda subito sulle barricate il fondatore di Stamina, Davide Vannoni. «Ad essere pericoloso non è il metodo di cura bensì il ministro Lorenzin», replica stizzito, per poi annunciare «che ora l’obiettivo è attuare la sperimentazione all’estero, possibilmente in Usa». Ossia nel Paese che ha già negato il brevetto al suo metodo. Plaude invece alla decisione del ministro Elena Cattaneo, nominata senatrice a vita proprio per le sue ricerche sulle staminali e per la quale «lo stop tutela le famiglie da una operazione guidata da altri interessi».

Ma la polemica surriscalda anche le stanze del Parlamento, con 19 senatori del Pdl (poco pro Alfano in verità), che contestano la decisione del «loro» ministro, definita «una delle pagine più amare della storia dei diritti e della scienza del nostro Paese» e contro la quale preannunciano azioni giudiziarie. La battaglia dunque continua intorno a un metodo che consiste nel prelevare cellule staminali mesenchimali dal midollo di un donatore, le quali sottoposte a un rapido trattamento a base di acido retinico, si trasformerebbero in cellule neuronali in grado di riparare i tessuti nervosi dei pazienti affetti dalle più disparate malattie neuro degenerative. Un procedimento che la comunità scientifica ha sempre considerato privo di qualsiasi fondamento. Giudizio sancito poi dal Comitato di esperti che doveva valutare i protocolli «di spiega» del metodo consegnati da Vannoni. La stroncatura di quei protocolli è sintetizzata in diversi punti, riportati poi dal provvedimento annunciato ieri da Lorenzin.

Prima di tutto è «inadeguata la descrizione del metodo», ossia non si capirebbe come le cellule del midollo si trasformerebbero in cellule del tessuto nervoso. Ma soprattutto «si evidenziano potenziali rischi per i pazienti», come quello di trasmissione di malattie infettive gravi, tipo l’Hiv o di encefalomielite, ossia di malattie del midollo o del cervello. Quindi altolà alla sperimentazione, che sarebbe costata 3 milioni, ora destinati dalla Lorenzin alla ricerca nel campo delle malattie rare. Ma cosa rispondono gli esperti del comitato a quei genitori che assicurano di aver visto con i loro occhi migliorare le condizioni dei propri bambini? Il professor Stefano Di Donato, uno dei massimi esperti di malattie neurodegenerative, non ha dubbi: «Ogni malattia ha tante variabili che possono comportare decorsi meno drammatici, non certo per effetto del metodo Stamina. Come il caso della Sma di tipo 2, che può comportare una stabilizzazione dei disturbi anche per un anno».

Insomma, i momentanei miglioramenti possono dipendere da una forma particolare della singola malattia e non vanno confusi con l’efficacia del metodo. Anche se il ministro ieri un piccolo spiraglio lo ha lasciato aperto, rivelando di aver richiesto le cartelle cliniche dei pazienti in trattamento agli Spedali Civili di Brescia per farle esaminare attentamente dall’Istituto superiore di sanità. Il provvedimento di ieri blocca comunque la sperimentazione ma non le infusioni ai pazienti già in trattamento a Brescia, lasciando aperta la porta anche ai 120 in lista d’attesa. Per ora, poiché a breve su tutta la vicenda si esprimerà il Tar Lombardia, che alla luce della relazione del Comitato e della conseguente decisione della Lorenzin potrebbe annullare tutte le ordinanze dei giudici che in questi mesi hanno imposto la terapia a Brescia. Un’altra anomalia del sistema giudiziario italiano dove un giudice del lavoro può sostituirsi a medici e scienziati.

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