“È la tentazione della tirannia, lo strapotere della scelta e della volontà dei genitori sui figli”, dice al Foglio Diana Schaub,che siede nel Consiglio di bioetica della Casa Bianca, docente al Loyola College. “Sono tre gli strumenti che le donne hanno acquisito attraverso lo spettro delle nuove tecnologie: la diagnosi preimpianto, che permette di trasferire solo l’embrione voluto, testato in cerca del sesso del figlio. L’aborto, che in Inghilterra è praticato fino alla 240 settimana, quando il bambino ha denti formati e ha raggiunto i cinquanta centimetri. Si elimina una vita già in grado di sopravvivere, se opportunamente soccorsa, fuori del corpo materno. Infine il cosiddetto ‘spermsorting’ prima della fertilizzazione, ovvero la scelta dello sperma ‘adatto”‘.
L’avvento della selezione in vitro, insieme con altri fattori (come la minore cura e in alcuni casi terribili l’infanticidio) “ha finito per alterare l’equilibrio sessuale di alcune nazioni. Nello stato naturale il rapporto dovrebbe essere di 105 maschi per 100 femmine. Ma in paesi come India e Cina è già sul 117 a 100, e sono nazioni in cui la provetta va per la maggiore. A Cuba raggiunge il 118 a 100”. L’obiezione che Schaub pone alla ricerca sulle staminali embrionali è che “non esiste soluzione umana accettabile anche qualora volessimo: o le cellule o l’embrione, se estrai le prime uccidi una vita. E non va permesso. La donazione, quella “terapeutica