“Trentamila euro e quel viaggio inutile”

Corriere della Sera

«Volevamo fare ogni cosa per bene, io e Diego. Trovarci un lavoro, una casa, sposarci e poi avere un bambino». Ma la vita sa complicare anche i sogni più semplici. Quello di Emma si è fermato a tre quarti: «Ci siamo messi insieme che io avevo 16 anni e lui 18. Sposati nel 2o02, l’appartamento in affitto c’era e pure due stipendi, io faccio l’impiegata informatica e lui l’operaio. Pensavamo che un figlio sarebbe arrivato. E invece no». Nell’estate del 2003 Emma viene ricoverata d’urgenza. Endometriosi, una malattia che si è mangiata le ovaie, la operano, tolgono tutto, va in menopausa precoce a 28 anni. «Ero viva ma sterile», racconta oggi che ne ha 39 e gli ultimi dieci sono stati scanditi da 4 tentativi di fecondazione assistita e altrettanti fallimenti. In una clinica di Granada, in Spagna, dove si può. «Si poteva anche qui, prima. Ho sbagliato i tempi. Io l’avevo sempre saputo che in me c’era qualcosa che non andava. Ma nessuno mi aveva mai diagnosticato la malattia. Dopo l’operazione il ginecologo mi disse: "Emma, per diventare mamma dovresti fare l’eterologa, ma qui l’hanno appena vietata"». Era entrata in vigore la legge 4o. «Ne abbiamo parlato tanto, io e Diego. Abbiamo pianto. Poi siamo partiti. Era novembre del 2004 e sulla Sierra c’era la neve, fu tremendo. Sa come funziona? Ti assegnano una donante, ti chiamano, prelevano gli ovociti a lei, il seme a mio marito, io mi sottopongo alla terapia ormonale. Fecondazione in vitro, passano due giorni, al terzo eseguono l’impianto. Una settimana in tutto. In cui siamo pure andati in giro perla città, che è bellissima, abbiamo mangiato tapas e bevuto sangria, ma la testa è sempre da un’altra parte». L’impianto è riuscito soltanto una volta, ma il bimbo è morto subito, ad un mese di vita. «Non ho mai voluto sapere niente della donatrice, se era alta, bassa, magra, bionda, l’importante era che fosse sana e per il resto incroci le dita. Perché quello che volevo era soltanto un figlio. E chi se ne importa se non era mio. Che tanto era mio lo stesso, perché il bambino è di chi lo porta nella pancia e la pancia, almeno quella era di Emma». Gli amici le dicevano: dai, in fondo considerala una vacanza. «Ma non è mica così». Anzi, per poter mettere da parte i soldi si tagliano viaggi, shopping, cene fuori. «Tutto il superfluo, non ci pesava. Ti inventi un’altra vita». Emma e Diego hanno speso 3o mila euro. L’ultimo pezzo del sogno però non sono riusciti a trovarlo. «Ho dovuto smettere dopo il quarto tentativo, è troppo pericoloso, l’endometriosi mi ha divorato pezzo a pezzo». Nel 2010 Emma e Diego hanno fatto ricorso al Tribunale di Salerno. «Che non ci ha mai risposto, ha sempre rimandato e rimanderanno anche stavolta, lo so». Nonostante tutto Emma dice che la sua vita non è vuota. «E piena di altro, ma un figlio è una cosa fondamentale. Io sono italiana, pago le tasse qui, dovrei potermi curare qui». Hanno dei nipotini «e quando li vedo non provo invidia per chi ce l’ha fatta». Solo una piccola malinconia «perché le cose non sono andate dritte anche per me». Non è stata una prova indolore per una coppia «ma oggi io e lui siamo più uniti, uniti davvero. Per me forse è tardi, ma voglio lottare perché qualcuno possa ottenere quel che è stato negato a me». Prende fiato. «Lo rifarei anche domani, nel mio cuore la parola mai non l’ho ancora scritta».