Protesi acustiche digitali: un diritto ancora negato

A nove anni dall’approvazione dei cosiddetti “nuovi” LEA, il diritto delle persone sorde ad accedere a protesi acustiche digitali personalizzate continua a rimanere, nei fatti, largamente disatteso. Lo denuncia Vanessa Migliosi, presidente dell’Associazione Movimento LIS Subito, in un recente articolo pubblicato su Superando, anche prendendo le mosse dall’adozione del nuovo Nomenclatore regionale per gli ausili per l’udito della Regione Lazio.

Come ricostruito nell’articolo, nonostante il DPCM del 12 gennaio 2017 abbia formalmente superato le obsolete protesi acustiche analogiche, la mancata attuazione concreta della riforma ha prodotto un paradosso: rimborsi pubblici fermi a cifre del tutto incongrue rispetto ai reali prezzi di mercato. La recente Deliberazione della Regione Lazio, per esempio, che fissa un rimborso massimo di 665 euro per protesi negli adulti, rappresenta addirittura un arretramento rispetto al vecchio tariffario del 1999.

Il quadro è aggravato dal fatto che tali importi derivano da stime risalenti al 2012, mentre – come evidenziato anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato – il costo medio di una protesi acustica digitale oggi oscilla tra i 1.500 e i 2.100 euro. La conseguenza è una discriminazione sistemica che scarica sulle persone sorde oneri economici insostenibili, compromettendone l’inclusione sociale, lavorativa e familiare.

C’è da dire che queste criticità hanno trovato un’importante conferma anche sul piano giuridico. Con la sentenza n. 22313/2025, il TAR del Lazio ha annullato il cosiddetto “Decreto Tariffe” del Ministero della Salute nella parte relativa all’assistenza protesica, rilevando un grave difetto di istruttoria e imponendo la riscrittura del Nomenclatore entro un anno. Dalle decisioni giudiziarie – lette anche alla luce della class action promossa dall’Associazione Luca Coscioni sul tema degli ausili destinati a bisogni complessi – emerge con chiarezza un problema strutturale: tariffe determinate in assenza di un’adeguata valutazione dei bisogni delle persone con disabilità e dei costi effettivi delle prestazioni, con il rischio concreto di comprimere il diritto alla salute in nome di una logica meramente contabile.

A ciò si aggiunge una scelta strutturalmente sbagliata anche per le protesi acustiche digitali, cioè collocarle tra gli “ausili di serie”, nonostante si tratti di dispositivi che richiedono una personalizzazione professionale complessa, riconosciuta anche dalla normativa europea sui dispositivi medici. Una classificazione che legittima procedure standardizzate e rimborsi inadeguati, in contrasto con il diritto a un’assistenza appropriata.

È urgente un intervento normativo nazionale che, alla luce delle pronunce del TAR, riclassifichi anche le protesi acustiche digitali come ausili su misura, adeguando le tariffe ai prezzi reali e garantendo finalmente un accesso equo a tecnologie indispensabili per l’autonomia e i diritti delle persone sorde.