SUPERMAN DEI MIRACOLI (L'Espresso)

<i>Paralizzato dal collo in giù, l'attore Christopher Reeve sperimenta tecniche e terapie più innovative. E con un recupero eccezionale, ora si muove e respira da solo. Il suo medico spiega come ha fatto</i>

<b>7 Aprile 2003</b> – Niente è impossibile: parola di Superman. E niente sembra davvero impossibile per Christopher Reeve, 50 anni, annientato nel 1995 da una caduta da cavallo che gli ha leso il midollo spinale. Oggi Reeve sembra voler battere tutti i record della riabilitazione neurologica. E, dopo aver stupito il mondo con il suo recupero muscolare, convoca a Cleveland i giornalisti e annuncia: respiro senza il respiratore artificiale, sento gli odori e parlerò di nuovo. Questo grazie a un rivoluzionario intervento che ha impiantato degli elettrodi nel diaframma dell'attore (vedere riquadro a destra). L'intervento e le tecniche con cui Superman è stato curato sono la punta più avanzata della riabilitazione neurologica. Si chiamano Fes (Functional electric stimulation) e con Reeve stanno facendo il miracolo.

"Niente è impossibile" s'intitola anche l'autobiografia che Reeve manda in libreria (in Italia a fine mese, editore Ponte alle Grazie): «Nel 2001, quando pronunciai queste parole, non avevo più nessuna difficoltà a dire a chiunque che si deve credere al proprio valore in quanto persona. Ma il primo giugno del 1995, nell'unità di terapia intensiva presso la clinica della University of Virginia, non avevo quella convinzione. Per niente. Quel giorno riacquistai conoscenza e scoprii che mi trovavo disteso in trazione, con una pesante palla di metallo sospesa dietro il capo e attaccata a una struttura metallica fissata alle tempie per mezzo di viti. Seppi che mi ero rotto il collo pochi centimetri sotto il tronco encefalico e che le probabilità di sopravvivere all'intervento per riattaccarmi la testa alla colonna erano, nel migliore dei casi, 50 su cento. Anche se l'operazione avesse avuto successo, sarei comunque rimasto paralizzato dalle spalle in giù, incapace di respirare da solo…».

Insomma, Superman era destinato al supplizio di un tetraplegico e nell'autobiografia ne descrive i primi terribili mesi. Ma c'è anche il racconto di come ha reagito. E come è accaduto che oggi arrivi persino a interpretare dei film: il remake della "Finestra sul cortile" di Hitchcock, ad esempio, o il ruolo di uno scienziato nella serie tv "Smallville" che racconta di come il giovane Clark Kent è diventato Superman. Com'è avvenuta (e sta ancora avvenendo) questa straordinaria riabilitazione? "L'espresso" lo ha chiesto a Maurizio Corbetta, padovano, direttore del dipartimento di Riabilitazione cerebrovascolare dell' Università di Washington a St. Louise e membro dell'équipe medica che si occupa di Reeve.

<b>Professor Corbetta come si arriva a un recupero come questo? </b>

«Reeve è un paziente un po' speciale, non fosse altro per il fatto che è il primo neuroleso che si sottopone a un regime di trattamento così intenso e di lunga durata. È entrato in riabilitazione fin dal primo giorno dopo l'incidente e non ha mai smesso di esercitarsi e di sperare. Certo lui dispone di mezzi economici che gli hanno permesso di poter continuare il trattamento a casa, in ogni caso però la sua parabola personale suggerisce che la terapia prolungata nel tempo può produrre risultati positivi. In genere si ritiene che i pazienti che hanno subito un danno al midollo spinale dopo circa un anno si siano stabilizzati: nel caso di Reeve invece il recupero s'è manifestato a cinque anni di distanza dall'evento traumatico».

<b>Si tratta di terapie speciali o standard? </b>

«Nei primi cinque anni è stato sottoposto a trattamenti standard: mobilizzazione delle articolazioni e esercizi per mantenere il tono muscolare. Due anni fa il paziente ha cominciato a mostrare un certo recupero spontaneo, muovendo il dito indice della mano sinistra, da quel momento abbiamo cominciato a sottoporlo a un regime riabilitativo più intenso».

<b>Con quali esercizi? </b>

«Esercizi di stimolazione elettrica funzionale. Si tratta di collegare una serie di elettrodi contemporaneamente a un computer e alla gamba del paziente. Il computer attiva questi elettrodi secondo una sequenza prestabilita che permette al paziente di operare una bicicletta statica: lui si comporta come se andasse in bicicletta, ma è il computer a decidere come muoverà le gambe. Reeve nel corso degli ultimi due anni s'è sottoposto a questo trattamento un'ora al giorno tre volte alla settimana. E questo regime ha fatto diminuire le infezioni di cui egli soffriva, gli ha permesso di aumentare la massa ossea e recuperare parzialmente le sensazioni tattili e la capacità di muovere le articolazioni».

<b>In apparenza, semplice… </b>

«Reeve ha subito una lesione al livello della vertebra C2, perdendo la capacità di controllare tutte le funzioni muscolari al di sotto di quella vertebra. Nel suo caso, però, circa il 10 per cento delle fibre del midollo spinale ha conservato la capacità di funzionare e trasportare stimoli. Nel corso della riabilitazione ci siamo concentrati sullo studio della risposta del cervello agli stimoli (che è poi una maniera indiretta di capire se il midollo spinale funziona o meno). Se si stimola, per esempio, la gamba e c'è una risposta nel cervello se ne può concludere di certo che il midollo trasporta lo stimolo. In quel senso la riorganizzazione della sua corteccia cerebrale ci dice qualcosa del funzionamento del midollo».

<b>E cosa avete scoperto? </b>

«All'inizio il nostro intento era quello di identificare la parte del cervello che si attivava ogni volta che il paziente muoveva il dito, cosa che, ripeto, era di per sé già sorprendente. Studiando la differenziazione della corteccia cerebrale delle scimmie che hanno subito un'amputazione avevamo scoperto che la parte della corteccia che nell'animale sano era attivata dall'arto amputato, una volta operata la lesione, veniva invasa da aree cerebrali che ricevono stimoli dagli arti rimanenti. Così quando veniva amputata una gamba la parte del cervello che la attivava prima dell'amputazione, veniva invasa poi da aree limitrofe che controllano, invece, altri movimenti, della faccia, di altri arti o del tronco».

<b>Cosa era successo nel caso di Reeve? </b>

«Per aiutarci a trovare la risposta, Reeve ha cominciato a venire ogni tre mesi a St. Louis e abbiamo potuto scoprire che la sua risposta neurologica era simile a quella delle scimmie. Per le parti del corpo che avevano recuperato la funzione, il collegamento con la corteccia cerebrale rimaneva invariato. Per quelle che invece erano, per così dire, morte, la porzione di corteccia cerebrale che le presiedeva prima dell'incidente era stata invasa dalle aree del cervello che controllano altre parti del corpo. La zona di corteccia che apparteneva alla gamba morta veniva per esempio attivata dalla faccia. L'esperienza fatta con Reeve ci dimostra anche che il cervello tende alla stabilità. La domanda che si pone è: come reagisce il cervello se dopo anni di isolamento riceve improvvisamente impulsi dalla parte del corpo morta? Il caso di Reeve dimostra che la corteccia cerebrale, o almeno parte di questa, sarebbe pronta a ricevere questi impulsi senza difficoltà».

<b>Si potrebbe creare una sorta di bypass neurologico? </b>

«In un certo senso, con le cellule staminali sarebbe possibile. Facendole proliferare fino a ricollegare le porzioni del tessuto nervoso ferito».

<b>Nell'ambito della guarigione dei traumi neurologici quali ricerche le sembrano più promettenti? </b>

«Per i pazienti affetti da un trauma cranico, da un ictus, da un tumore o da altri traumi cerebrali, mi aspetto moltissimo dall'applicazione delle tecniche di neurovisualizzazione per comprendere in che maniera cambia il cervello che sta recuperando. In altri termini, le ricerche che stanno cercando di mappare il corso naturale della malattia nel cervello. Così molto potrà dirci la comprensione delle differenze tra i pazienti che recuperano bene e quelli invece che recuperano male: l'obiettivo di alcuni ricercatori è quello di visualizzare gli elementi di questa diversità, come ad esempio il ruolo che ha nella prognosi del paziente la dimensione della lesione e la sua posizione nel cervello. Un terzo ambito di ricerche a cui guardiamo mira ad utilizzare queste tecniche di imaging per formulare il percorso terapeutico più adatto al tipo di trauma e alla malattia che si sta trattando. Lo scopo di tutte queste ricerche è quello di usare l'imaging per adattare la terapia fisica o la logoterapia al caso specifico».

<b>E sul piano comportamentale? </b>

«Si è notato, nelle scimmie, nei ratti ma anche negli esseri umani, che quando nel cervello interviene un trauma, oltre al deficit causato dall'evento traumatico, al danno neurologico si aggiunge anche il deficit da mancato uso. Allora, un approccio terapeutico noto come "constraining induced therapy" si concentra sul recupero funzionale della parte del corpo danneggiata, ad esempio il braccio, impedendo il movimento del braccio buono. In questa maniera si incoraggia l'uso del braccio lesionato. Nel complesso, comunque, l'esigenza è quella di abituare i malati e i loro parenti che l'abilitazione deve avvenire anche in ambiente extra ospedaliero. La gente si deve convincere che la terapia riabilitativa deve essere praticata ogni giorno. In questo senso quello che ci aiuterà in futuro è l'uso di Internet. In Rete il paziente potrà eseguire gli esercizi prescritti dal medico e, tramite il Web, potrà verificare con lui come sta progredendo la terapia. Così si tratterà di tornare in clinica una volta al mese per il controllo e l'aggiornamento della terapia riabilitativa».

<i> di Paolo Pontoniere</i>