Studenti dibattono di donazione degli organi ma anche di eutanasia e incontrano Mina Welby.

Donata Bonometti

Due ore a tu per tu degli studenti con Mina Welby a parlare di vita che finisce, ma non l’amore. Anche se il letto matrimoniale «era stato distrutto e la mia parte sostituita da un tavolo con il respiratore». Ad ascoltare, col cuore in gola, la cronaca di quel giorno in cui Piergiorgio, immobilizzato da anni dalla malattia, disse «Senti io vorrei veramente andarmene e lo vorrei fare pubblicamente».

A sorridere con la moglie quando ricorda: «Gli ho detto: andiamocene in Svizzera a farla finita. Mi rispose: e se cade l’aereo?». Ad indagare su che musica ascoltava Piergiorgio perchè la musica si sa è il linguaggio dei giovani e ti dà una sorta di eternità. Ti fissa nella stagione della tua adolescenza. Così Piergiorgio Welby, che da ragazzo amava i Beatles e Bob Dylan poi al momento in cui il pensiero della morte è diventato dominante non ha più voluto ascoltare quella che era la colonna sonora della sua gioventù. A Salman, uno dei ragazzi, viene in mente che «Le Iene hanno parlato di un giovane uomo che voleva andare in Belgio a morire perché non aveva assistenza…».

Mina risponde con la sua esperienza. E’ la vita o il fine della vita che scorre fuori dalle aule ma a volte vi entra perché c’è un’urgenza di sapere, di capire. Incontro significativo quello alla Biblioteca Berio fra i genovesi e Mina Welby che dopo la manifestazione pubblica si è incontrata in separata sede con un folto gruppo di studenti del liceo scientifico tecnologico Majorana-Giorgi di Genova accompagnati dagli insegnanti Luciana di Serio e Roberto Solinas. Quest’ultimo precisa che in classe si è dibattuto a lungo di eutanasia, anche leggendo testi di autori contrari al gesto di Welby fino a definirlo suicidio assistito. Questo incontro con la vedova Welby è parsa l’occasione più umana ma anche più risolutiva dal punto di vista di alcuni dubbi, anche filosofici.

E’ degli ultimi giorni la notizia di un padre, rimasto "orfano" delle figlia e del fidanzato di lei per un incidente mortale in moto, che ha ricostruito davanti alla scuola di lei a Treviso un monumento (che sarà esposto il 26 febbraio giornata dedicata alla sicurezza) con gli indumenti che la coppia indossava al momento dell’incidente. Stesso casco ammaccato, stessi calzini insanguinati, stessi giubbotti sbriciolati dall’asfalto. A vestire due manichini. Monumento choc che sarà oggetto di forte riflessione in tutte le classi.

Anche la sezione genovese dell’Aido, associazione donatori organi, in queste settimane ha dato il via ad una serie di visite nelle scuole superiori collegate ad un concorso i cui termini scadono il 28 febbraio. Con uno slogan, una fotografia, un disegno, una poesia si invitano gli studenti a farsi sponsor della donazione degli organi «ma soprattutto a riflettere su un tema cruciale quale il dono di sè agli altri» dice Francesco Avanzini portavoce dell’associazione, sostenuta anche dalla Fondazione Furiosolinas. «E’ l’età dell’ottimismo, come parlare fra i banchi di fine della vita? Facciamo perla prima volta questo concorso perché comunque gli ultimi anni delle scuole superiori sono quelli in cui si forma una coscienza sociale» dice Francesco Avanzini. Che conclude «E’ un tema delicato in una età in cui si sentono immortali e nello stesso tempo, per gli incidenti stradali, sono i più esposti alla possibilità di diventare donatori. Non creda: non fuggono questo argomento, ascoltano. E capiscono il nostro spirito. Che è il seguente: preferiamo il no di una persona che si è adeguatamente informata che il no dettato dalla paura o dall`ignoranza».

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